Filosofia e Architettura. Architettura e produzione di senso

5° incontro della serie "La Filosofia e l'altro"

pubblicato il:

Firenze, 28 Aprile 2008, ore 16.00

c/o Sala Ferri, Gabinetto Viesseux, Palazzo Strozzi Firenze

A cura di Patrizia Mello
Interventi
di Ubaldo Fadini, Massimo Ilardi e Patrizia Mello

Ubaldo Fadini - La città deterritorializzata L'idea-base di questo intervento è che la città abbia sempre costituito una sorta di sfida alla elaborazione filosofica e ciò a partire dalla sua ragion d'essere fondamentalmente “deterritorializzante”, per riprendere la terminologia concettuale di Deleuze-Guattari. Non è un caso, allora, che alcune delle riflessioni più stimolanti sul “caosmos” urbano provengano da pensatori “eccentrici”, particolarmente “fissati” sulle irregolarità “regine” del moderno: ad esempio, Alfred Sohn-Rethel, per non parlare di Walter Benjamin, ai quali sono dedicate alcune parti del contributo. Anche a partire da tale eccentricità, alla quale dà un suo contributo di spicco Guy Debord, è possibile sviluppare una critica della “geografia umana”, delle scritture ordinate e (auto)-controllate, delle rappresentazioni (in fondo comunque di “pericolo”…) proprie del discorso urbanistico, che non riescono a cogliere pienamente quelle “intensità” urbane che fanno delle città metropolitane una macchina proliferante, una sorta di dismisura mobile, con i suoi appunto ingordi interessi speculativi e i suoi soggetti costitutivamente fuori misura.

Massimo Ilardi - teoria, progetto e territorio Per il progetto di architettura dove si situa oggi il terreno della ricerca? Il progetto sembra avere davanti a sé tre direzioni: o si rivolge, operando sull'immagine per mezzo dell'immagine, all'individuo sociale plasmato e governato dal mercato con la conseguenza di trasformarsi in design perchè sempre più associato a operazioni economiche e di marketing che esaltano il valore comunicativo (e cioè la logica dell'et...et e non dell'aut...aut) ed estetico della merce; oppure lavora sulle questioni della pura forma sganciata da ogni funzione e contenuto, decidendo così di liberarsi della realtà evitandone ogni compromesso e rifugiandosi in discussioni concettuali sulla natura dell'architettura; o, infine, decide di mantenere il suo carattere fenomenologico e di radicamento nell'esperienza valorizzando drasticamente la sua funzione che è quella di creare territorio dove mettere a confronto attori istituzionali e sociali per spingerli verso un nuovo ma mai definitivo equilibrio, senza per questo implicare un radicale cambiamento della struttura economica. Scrive l'architetto svizzero Peter Zumthor che la realtà dell'architettura,“il nocciolo vero e proprio di ogni compito architettonico”, risiede nell'atto del costruire. L'architettura non è né messaggio né segno, ma è “ciò che si è fatto forma, massa e spazio.” E Franco Purini: “La propensione per l'ibrido, per l'indeterminato, per il discontinuo, per l'interrotto e il frammentario, è costretta a confrontarsi con la constatazione che ogni azione progettuale, seppure la più anarchica e imprevedibile, produce ordine e misura.” Assumiamo queste affermazioni come un buon punto di partenza per la riflessione perché non c'è nulla di più vero del fatto che l'architettura non è solo astrazione o gioco virtuale ma ha bisogno di punti fermi che la inchiodino al suolo per individuare il suo campo d'intervento dentro l'esperienza e l'organizzazione urbana.

Patrizia Mello - sul concetto di autonomia etico-estetica dell'architettura L'intervento parte da una serie di considerazioni sulle possibili modalità di incontro tra filosofia e architettura, per arrivare in ultima analisi a sottolineare la necessità di una autonomia etico-estetica dell'architettura in vista di una effettiva produzione di senso, osservando come una delle cause di maggiore dispersione di senso sia proprio il fatto che certa architettura contemporanea si adoperi per costruire significati a priori, tenendo il pubblico in una sorta di suspense del significato, perdendo di vista il fatto che - come ha recentemente spiegato il filosofo Koji Taki - “gli edifici devono essere significanti per se stessi”. Che cosa allora renderebbe l'atto progettuale significante per se stesso? In definitiva: quali i presupposti perché si verifichi una autonomia etico-estetica dell'architettura? In risposta a tali interrogativi vengono riprese idee e riflessioni di filosofi come Jean Baudrillard, Gille Deleuze, Félix Guattari, Enzo Paci, Taki, di architetti come Jean Nouvel e Toyo Ito.