Architettura sociale: Sportplex in Behchoko, a 40° sotto zero

Tutto il mondo è paese. Questo è ciò che ho pensato quando ho cominciato a lavorare ad un progetto di restauro ed ampliamento di un complesso sportivo in Behchoko.
di Mariella Amodio architetto

Behchoko, con i suoi 2000 abitanti, si situa ad 80 km a N-W di Yellowknife, capitale del Northwest Territories (Canada) e a circa 300 km a Sud dell'Artico. Attraverso accordi con il governo Canadese conclusisi nel 2005, costituisce una delle poche comunità, con Whatì, Gamèti e Wekweeti, ampliamente gestita da aborigeni e appartenente al governo Tlicho (termine usato per identificare la lingua natìa parlata dagli indiani in questa specifica area). Ogni comunità, con il proprio consiglio comunale a cui fa capo un chief, provvede alla pianificazione urbanistica, ai lavori e alle utenze pubbliche.

L'edificio in questione, noto alla comunità come Khon Go Cho Sportplex, gode di una lunga storia.

Un imponente progetto da 2,8 milioni di dollari, dotato di uno stadio del ghiaccio, un'area destinata al curling ed una palestra, viene costruito nel 1985. Esso rappresenta molto più che un semplice complesso sportivo. Rappresenta un edificio ricreativo dove adolescenti e non possono recarsi e trascorrere il loro tempo libero. Per una comunità carente dei servizi basilari del "vivere occidentale", dove gli unici edifici pubblici sono un supermercato congiunto ad un distributore di benzina, un day care, una scuola elementare, un edificio governativo ed un centro culturale, la cui unica attività svolta è il bingo, che di culturale ha ben poco; per una comunità dove l'uso dell'alcol è proibito a causa del diffuso tasso di alcolismo dei suoi abitanti, cui sono connessi problemi di abusi familiari che si ripercuotono di generazione in generazione, questo edificio rappresenta una grande svolta, un cambiamento negli usi e costumi della popolazione stessa.

Nel 2007 viene chiuso a causa di una quasi totale assenza di lavori di manutenzione durante gli anni del suo funzionamento.

Nel 2008 l'allora chief di Behchoko, Leon Lafferty, affida i lavori di ristrutturazione allo studio PSAV Architects. I lavori, da svolgersi in tre fasi, prevedono messa in sicurezza, ammodernamento, ampliamento della palestra, per poter accogliere 500 persone e costruzione di una piscina. Il costo ammonta a 10 milioni. I finanziamenti arrivano dalle infrastrutture territoriali, o quanto meno, dovrebbero. I fondi non saranno mai stanziati e i lavori si fermeranno alla sola fase di design.

Malcontento e sconforto si aggirano tra la popolazione. Atti di vandalismo da parte dei giovani aumentano. Lo Sportplex deve essere riaperto.

2013, nuovo chief, Clifford Daniels, nuove prospettive, nuovi fondi per la ristrutturazione dello stabile. Il progetto si fa più ambizioso. L'ampliamento non prevede più una piscina, ma un'intera area, ben due piani, destinata ad uffici, uno youth center, una cucina commerciale ed un ristorante con una capienza di 30 persone. Un nuovo team di architetti, Nadji Architects, è a capo della progettazione. L'importo dei lavori è di 16 milioni. I finanziamenti arrivano da varie fonti, quali l'Agenzia dello Sviluppo Economico del Canada del Nord, Il Tlicho Governament e fondi federali.

I lavori cominciano nel settembre 2013 e sono celebrati con un "Grand Opening". Stampa, autorità locali e semplici cittadini sono invitati. Il chief, che della riapertura dello Sportplex aveva fatto uno dei punti cruciali della sua campagna elettorale, si imbatte in un lungo discorso in cui sottolinea l'importanza di tale progetto. Attività extra-scolastiche, nuovi posti di lavoro e la possibilità di accrescere la popolazione sono solo alcuni dei vantaggi ad esso annessi.

Aprile 2014, si firma ufficialmente il contratto. Appaltatori e sub-appaltatori diventano noti. Il chief organizza un ulteriore evento pubblico. Sembra che la visibilità, la sponsarizzazione di quello che si sta facendo sia più importante dell'atto stesso. 

La chiusura lavori è prevista per gennaio 2016. Ad oggi i lavori sono indietro di almeno 5 mesi. I materiali ritardano ad arrivare, le temperature cominciano ad abbassarsi considerevolmente, a breve si aggireranno intorno ai -40°. I lavori esterni non potranno proseguire. Lentamente si procederà nella costruzione. I costi aumenteranno.

Spero che questo progetto prima o poi veda la luce. Non è certo uno di quei progetti che avrà risonanza nelle eleganti riviste di architettura. Non è all'avanguardia nel design o nell'uso dei materiali. È un progetto però, che diversamente da molti potrà cambiare la vita di questa piccola, poca nota comunità. Gli adolescenti non vagheranno più senza meta per le strade non asfaltate compiendo atti vandalici, ma potranno praticare degli sport, dal calcio, al basket, all'hockey, o semplicemente frequentare lo youth center con i suoi mega schermi, video giochi e computer. Gli adulti potranno finalmente avere un ristorante, uno vero e non il polifunzionale ristorante/supermercato/distributore di benzina, di cui oggi si servono.

È un'architettura che ha un grande impatto sul sociale.

È un'architettura sociale. Dopotutto, come direbbe Niemeyer "l'architettura è un pretesto. Importante è la vita, importante è l'uomo".


Mariella Amodio, laureatasi nel 2010 in Architettura presso il Politecnico di Bari, nel marzo 2013 consegue il master internazionale di II livello in "Architettura-Storia-Progetto" presso l'Università Roma tre e presso University of Waterloo, Canada. Ama viaggiare e si interessa di arte e architettura.

Ha vissuto a Parigi, Toronto e attualmente risiede a Yellowknife (NT, Canada) dove lavora presso Nadji Architects, occupandosi della progettazione di edifici residenziali e commerciali di scala medio-grande in comunità remote del Canada.

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