Inarcassa, in che modo variare la Riforma previdenziale per favorire i giovani

Angrisani: rimodulare i minimi, rivedere il tasso di capitalizzazione e incrementare le scelte solidaristiche

Si è tenuto a Roma un incontro su Inarcassa e la sostenibilità sociale del sistema contributivo a cui hanno partecipato, tra gli altri, la presidente di Inarcassa, Paola MuratorioMassimo Angrisani, professore di Tecnica attuariale della previdenza all'Università "La Sapienza" di Roma.

Ad organizzare l'evento è stato l'Ordine APPC di Roma con la collaborazione dell'Ordine degli Ingegneri di Roma. L'incontro era rivolto agli iscritti e ai candidati per il rinnovo del Comitato Nazionale dei Delegati Inarcassa 2015-2020. 

«L'evento - spiega Paola Ricciardi, consigliere dell'Ordine dagli Architetti di Roma e responsabile dell'incontro - aveva lo scopo di approfondire il dibattito sorto attorno alla Riforma del 2012 e chiamava il prof. Angrisani a darne una lettura indipendente dalle correnti politiche che l'hanno voluta o criticata, per poi chiamare in un secondo momento queste stesse correnti (rappresentate, tra gli altri, dal vertice di Inarcassa, il presidente arch. Muratorio, dai delegati di opposizione raggruppati nel movimento Salva Inarcassa nella persona dell'ing. Oriella, dal movimento degli iscritti Inarcassa Insostenibile nella persona del coordinatore arch. Lombardini) a confrontarsi in un contraddittorio».

Le considerazioni del prof. Angrisani

Il professore ha definito in dettaglio la situazione che vede calare il reddito medio dei professionisti, mentre cresce notevolmente il numero di pensionati e dunque la spesa pensionistica. Ha poi indicato le possibili strade e le correzioni da poter applicare alla Riforma previdenziale 2012 per migliorarla e per renderla più sostenibile.

Dov'è possibile agire? Si possono rimodulare i contributi minimi, salvo, però, vedere dove recuperare le somme, «se sono da recuperare». Sottolinea il prof. Massimo Angrisani.
Il contributo minimo soggettivo oggi è di 2.275 euro l'anno che corrisponde a un reddito di 15.689 euro. Chi ha un reddito professionale netto - dichiarato ai fini dell'Irpef - inferiore ai 15.689 euro paga, in percentuale al reddito, più del 14,5 per cento che viene fissato dalla Cassa per il pagamento del contributo soggettivo. Una situazione che secondo il professore potrebbe essere rivista. 

Il professore Angrisani si pronuncia poi sull'equità generazionale: «Va abbastanza da sé - dice - che il sistema abbia favorito le precedenti generazioni». Uno degli strumenti sui quali si può agire per una maggiore equità - segnala - è il contributo integrativo. Il contributo integrativo nasce per differenziarsi dal soggettivo, nel senso che non dovrebbe confluire nel montante contributivo, ma, invece, viene destinato a tal fine grazie ad una scelta solidaristica attuata stesso con la Riforma 2012.

La Riforma applica infatti il criterio di retrocessione: una parte del contributo integrativo, ovvero una parte del 4% posto in fattura, va ad incrementare il montante individuale. In definitiva una porzione di quel 4% viene messo da parte per la pensione degli iscritti. La percentuale trasferita è maggiore per i giovani (50%) e progressivamente va a ridursi per gli altri. Si tratta di fare delle scelte, ma sarebbe possibile indirizzare ai giovani una percentuale ancora maggiore, è questa la conclusione a cui porta il discorso del prof. Angrisani.

Infine c'è il tasso di capitalizzazione, portato recentemente al 4,5%. Con il sistema contributivo i contributi versati vengono rivalutati secondo un tasso di capitalizzazione e «poi confluiscono in quel mio conto corrente che chiamo montante contributivo», afferma Angrisani, che continua: «A mio avviso va fatto un ripensamento perché c'è un'eccessiva discrezionalità nella scelta del tasso di rendimento».

Il professore ne spiega i motivi: «Se do un rendimento elevato si apre un divario tra debito del sistema e la sua copertura», afferma. Passando ad un esempio numerico: «Se io ho un sistema che ha un debito di 100 e una copertura di patrimonio di 40, ho un debito di 60 che non è coperto dal patrimonio. A quel debito di 60 io devo farci fronte con i contributi correnti. Quindi il debito scoperto lo devo andare a rapportare alla mia massa reddituale». Semplificando un discorso inevitabilmente tecnico, se in maniera un po' troppo discrezionale viene fissato un tasso di rendimento troppo alto, aumenta il divario tra il debito e la massa reddituale che serve a farvi fronte e ciò rende il sistema meno sostenibile. «Una discrezionalità eccessiva non oggettivamente motivata non credo sia una scelta opportuna», conclude il prof. Angrisani.

Altro aspetto importante rilevato da Inarcassa riguarda il rapporto iscritti-pensionati. Un rapporto che nel 2007 si attestava intorno all'11,3, nel 2013 è sceso fino a 7,2 e secondo le previsioni del bilancio tecnico, dal 2015 il rapporto sarà 5 a 1 fino ad arrivare al rapporto 1 a 1 nel 2050. Secondo Angrisani è un dato molto importante con il quale fare i conti. Significa che se la condizione sarà questa, il contributo medio e la pensione media dovranno essere abbastanza allineati. Le due cifre dovranno essere molto vicine perché se il numero di iscritti e di pensionati si equivale, ciò che entra in termini di contributi deve essere rigirato in pensioni. Oggi, invece, la pensione media supera i 18mila euro, mentre i contributi medi si fermano a quota 6mila euro (dati 2014). Ci dovrà essere, quindi, un cambiamento sostanziale.

Il video dell'evento è disponibile on line al link www.youtube.com

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