Roma e il Pantheon hi-tech

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Corriere della Sera, 30/11/2003

Il Corriere della Sera intervista Norman Foster.
Intervista esclusiva al paladino della progettazione eco-compatibile: «Non sono contro le auto, ma non si può permettere il caos»

Ogni architettura è specchio del suo tempo. Quella contemporanea cosa riflette della nostra epoca?
«In sostanza il bisogno di rigenerare le città. Anche affrontando i problemi dell’energia, delle fonti energetiche rinnovabili. Ho incontrato i dirigenti di FS con cui ho parlato del progetto della stazione di Firenze per l’Alta velocità. Anche da parte loro ho trovato la convinzione di dover risistemare le nostre città preservando la qualità della vita. Bisogna arrivare a un equilibrio migliore in difesa dell’uomo: io non sono per un manifesto anti-macchina, ma non possiamo permettere che le auto private conquistino tutto lo spazio urbano. La sfida è dunque nel creare una migliore qualità di vita in un centro ad alta densità».

Nell’ispirazione, nel linguaggio, nel messaggio, in cosa si distingue la sua architettura da quella dei grandi autori di questi anni? «Potrei parlare di tante cose, di ecologia, di luce, di leggerezza, di rapporto vecchio-nuovo. Per esempio, entrando nella futura stazione di Firenze vorrei che si percepisse subito il contatto con la città, che si vedesse il cielo, la luce, che si avessero indizi del luogo attraverso i materiali, come la pietra di San Miniato. Concepisco l’intervento come un tutt’uno tra struttura e sua integrazione. La stazione, ad esempio, deve essere pensata per accompagnare il movimento delle persone. La mia architettura è rivolta ai sensi, al luogo, alla luce. E’ un’architettura che vuole rompere le barriere, che è dedicata all’accessibilità. Che vuol capire cosa genera il progetto, da dove nasce, qual è lo spirito della città».

Lei, Lord Norman Foster, si sente un artista, un intellettuale o piuttosto vede la sua professione come un’espressione tecnica? «Tutte e tre le cose».

Quando considera non riuscita un’opera di architettura? E quando invece la ritiene riuscita, «bella»? «E’ molto importante l’accettazione del pubblico. Un’opera può anche essere criticata molto ma essere molto popolare: allora ci si deve chiedere il perchè e su cosa si basa la critica. L’architettura è comunque rivolta alle persone, e la sua accettazione può non essere immediata, può richiedere del tempo: il progetto può essere controverso all’inizio, ma la cosa più importante è se una volta costruito viene accettato. L’architettura riguarda tutta la società, è generata dalle necessità delle persone, non è un’astrazione: il criterio più importante è dunque l’accettazione da parte degli utenti, delle persone per cui è stata concepita quell’opera. Il progetto per una società privata deve rispondere a certe esigenze, ma è importante che sia anche soddisfatto l’interesse pubblico. Credo che l’architettura sia sempre più una cosa di interesse sociale. Per il nuovo Trade World Center sono stati fatti molti sondaggi d’opinione, abbiamo coinvolto le persone, il nostro progetto è stato popolare sin dall’inizio».

Roma è una città impegnata nel «restauro» di aree in cui ha agito la speculazione immobiliare. Per riqualificare un quartiere è più utile un’importante opera di architettura o un intervento urbanistico? «Per fare architettura ci vuole prima un "master plan": le due cose vanno insieme».

Le città difendono i loro centri storici limitando il traffico privato: a Londra è stato fatto in modo drastico. E’ la strada giusta o ci vuole altro? «Non si può permettere il caos, non si può accettare l’anarchia nel traffico. Una certa misura di controllo serve, è inevitabile».

Cosa le piacerebbe costruire a Roma? E dove, al centro oppure nella periferia? ( ride di gusto ) «Sarebbe bello un intervento contemporaneo nel contesto storico... Molte delle cose che adesso ci paiono vecchie o antiche, a loro volta sono state estremamente nuove rispetto ai tempi. Tuttavia anche se si opera al di fuori di un contesto storico, in periferia, si è davanti a una sfida. E un architetto deve saper rispondere ad ogni sfida».

Quando inizia un nuovo progetto, comincia dal segno oppure pensa prima alla sua funzione? Oppure ai problemi di ambientazione? «Comincio con il luogo e il motivo che spinge a fare l’edificio. Ma inizio anche da quel che si può misurare e da ciò che non si può misurare».

Cosa vuol dire "provincialismo" in architettura? «Sarebbe interessante definire cos’è il provincialismo. Nel nostro caso, penso che in generale bisogna essere sensibili alle esigenze di una richiesta specifica portando tuttavia il progetto sui maggiori standard qualitativi. Forse il provincialismo vuol dire non pensare in modo abbastanza ambizioso. Anche una piccola comunità locale merita qualcosa di grandioso. Non concepire un progetto in questa logica, forse questo è provincialismo».

Qual è la maggiore responsabilità che ha un grande architetto verso il suo lavoro? «Quella di soddisfare le esigenze del committente. Ma in un modo che sia fondamentale anche la relazione con la popolazione e il luogo».

L’urbanistica può produrre danni sociali in un quartiere, in una città. L’architettura è sempre innocente? ( ride ) «Purtroppo no, non è sempre innocente. Ma l’architettura deve essere ottimista perché riguarda il futuro. E dunque l’architetto deve avere sempre un certo grado di ingenuità e di innocenza. Tutto questo per me è importante, tant’è che sono qui a Roma col mio piccolo di due anni, e sono ansioso di vedere l’altra mia bambina di cinque anni».

L’hi-tech e i nuovi materiali potranno cambiare un giorno la maniera di concepire le strutture? «Tutte le cose che ci circondano sono hi-tech. A Roma un edificio veramente hi-tech è il Pantheon, che è anche molto ecologico perchè è fatto di materiali naturali, l’interno è pieno di luce naturale. E anche il Foro con i suoi edifici, i suoi grandi volumi, è tutto hi-tech. L’architettura romana era basata sulle proporzioni e sulle decorazioni ma nel suo nucleo, nel suo cuore era un’architettura tecnologica. E la storia della civiltà, dai tempi delle caverne, è fatta di tecnologia. La storia dell’architettura è storia di colonne che diventano archi e volte: questo processo di trasformazione continuerà, sviluppandosi, a meno che non diventi statico. Se ciò dovesse accadere finirebbe la nostra evoluzione. E’inevitabile che si vada avanti in tutti i campi».

Dopo l’architettura «compatibile» di cui lei è paladino, quale sarà il nuovo passo nell’evoluzione di questa disciplina? «Non possiamo vedere nel futuro. Il prossimo step , secondo me, si baserà su concetti come la densità,la crescita, il grado di equilibrio, la conservazione, le città».

E’ mai rimasto estasiato di fronte all’opera di un grande architetto? «Lo si può restare anche guardando un paesaggio. L’altra mattina, era presto, dalle finestre dell’albergo ho visto Piazza del Popolo avvolta dalla nebbia: un’immagine incredibile. Ma un’emozione può nascere anche da una cena meravigliosa. My time is up . Ma se proprio devo citare l’opera di un architetto, ecco: a Ronchamp, la chiesa di Le Corbusier».