L'architettura è uno strumento per migliorare i contesti. Coerentemente alle opere che fino ad ora ha realizzato, Javier Corvalán posiziona con grande sensibilità la sua cappella all'interno del bosco dell'isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia, focalizzando l'attenzione sugli aspetti strutturali, sull'uso della materia e, soprattutto, porta a Venezia la sua profonda ricerca progettuale.

La sua è una delle dieci strutture che formano il padiglione diffuso che la Santa Sede ha portato alla Biennale. Abbiamo incontrato l'architetto nel bosco dell'isola, davanti alla sua opera, dove ci ha raccontato il suo progetto.

photo by Elisa Scapicchio

Corvalán, docente universitario, con il suo Laboratorio de Arquitectura che ha sede nella città di Luque, in Paraguay, è autore di architetture la cui forma spesso nasce da una ardita concezione strutturale. Un'architettura sensibile verso i contesti, ma, soprattutto, ad alto tasso di creatività.

Il concetto strutturale, la forma, le istanze dettate dal contesto, sono elementi strettamente connessi nei progetti di Corvalán, uno dei più interessanti architetti del Paraguay, autore di molte abitazioni dalle strutture apparentemente semplici, ma in realtà molto ardite (tra queste casa Hamaca, casa Surubì, Casa Sotoportego). Ad Asunción, tra l'altro, ha dato forma ad una cappella in cemento armato, molto suggestiva, all'interno di un quartiere non facile della città.

La particolarità della cappella che Corvalán ha pensato per il bosco di san Giorgio risiede nell'avere, per l'intera struttura, un unico punto d'appoggio che si rifà alle briccole veneziane. «Qui a Venezia il padiglione si appoggia su una briccola - racconta -, ma se lo portiamo in un altro posto possiamo adagiarlo sopra una pietra, sopra ad una colonna, su elementi particolari che troviamo nel posto di destinazione». Il tema su cui molti architetti hanno lavorato è quello dello smontaggio e rimontaggio delle cappelle, in modo che possano essere facilmente spostate in altri luoghi. La presenza di un unico appoggio serve per facilitare tali operazioni.

photo by Alessandra Chemollo

La cappella sospesa dal suolo

La struttura, che appare come sospesa, ha la forma di un cilindro schiacciato privato delle basi. Questo scarica a terra in un unico punto, per mezzo della struttura che Corvalán paragona alle briccole. «Questo circolo - spiega Corvalán - rimanda allo spazio circolare centrale della cappella di Asplund, ed è della stessa dimensione». Quanto all'appoggio, questo «doveva essere in legno, però l'abbiamo costruito in acciaio», ci racconta. Anche la struttura principale di sostegno doveva essere in legno, ma poi si è optato per una sua semplificazione ed è stata realizzata in acciaio.

«Era una struttura molto sperimentale, tutta calcolata dall'ingegnere Andrea Pedrazzini», che da alcuni anni collabora con Corvalán. «Nel bosco - dice - si costruisce con il legno, per questo la proposta era quella di costruirla in legno. Però, la costruzione è stata realizzata in acciaio, per aspetti pratici, per facilitare il montaggio e l'assemblaggio delle parti».

Avere un unico punto d'appoggio permette alla struttura di muoversi in caso di sisma e dunque di resistere senza riportare danni. Particolare è la croce che la sovrasta: «È come la croce di San Marco», riferisce l'architetto.

«La cappella - continua - è stata pensata per un contesto naturale. Restando la cappella sospesa, questa tocca il suolo solamente in un punto, ossia il minimo possibile. È una questione di rispetto per la natura». «La cappella - sottolinea l'architetto - non ha copertura perché l'idea è che il bosco e la volta celeste siano realmente il tetto di una cappella nel bosco». La croce, il cielo come copertura, il cerchio come abside, sono tutti elementi che mettono in relazione l'architettura con la spiritualità. «L'architettura sacra ha un suo simbolismo, che deve essere rispettato affinché non solo un architetto la possa comprendere: ogni persona deve sentire che questo spazio serve come cappella».

Cosa auspica per il futuro della "sua" cappella? Chiediamo all'architetto. «Spero - ci dice - che realmente possa approdare in un altro luogo e compiere il suo destino, ossia essere utile».

di Mariagrazia Barletta

#focus.biennale.2018 - 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia

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