Classe '73, dopo una laurea al Politecnico di Milano, Marco Acerbis si sposta a lavorare a Londra, presso lo studio di sir Norman Foster (dal quale apprende la lezione del rigore formale unito ad un elevato grado tecnologico) per poi fondare, nel 2004, a Bergamo, lo studio che porta il suo nome. Pluripremiato - un Compasso d'Oro ADI nel 2008 e ben due Red Dot Awards, nel 2009 e nel 2015 - per lui design e architettura nascono dall'interazione dell'oggetto con l'essere umano, al fine di migliorarne le condizioni del vivere contemporaneo. Ma anche di suscitarne emozione.

A Lallio (BG), per Agnelli Cooking Tools, progetta il nuovo showroom di Pentole Agnelli e l'annesso Ristorante Bolle dello chef Filippo Cammarata. Obiettivo: creare per il brand non solo un nuovo spazio per la vendita, ma un luogo che fosse un'esperienza di qualità nel mondo dell'alta cucina e l'incontro tra uno chef e un designer, entrambi plasmatori di materia e dispensatori di gusto, uno per il palato, l'altro per lo spazio del vivere.

Racconta Acerbis: "Qui dove la materia si trasforma in emozione. Questa è stata la riflessione che ho fatto agli inizi del percorso intorno a cui la progettazione del ristorante è nata e si è sviluppata. La grande lezione degli chef" - prosegue - "è proprio quella di trasformare la materia in qualcosa di molto superiore che non solo contribuisce al farci star bene fisicamente ma anche psicologicamente. La grande cucina è fatta anche di grandi emozioni. Nasce così un progetto architettonico fortemente materico, dove la scatola e la pelle del manufatto edilizio traspirano di sensazioni che sono trasmesse al visitatore sotto forma di emozione, sorpresa e desiderio di scoperta".

photo © Marco Introini

Il Volume

Per questo, dovendo intervenire in un contesto a vocazione industriale - da valorizzare e aprire alla comunità - Acerbis immagina i volumi come corpi separati, pur in continuità, concentrando molta attenzione sull'alternanza vuoto/pieno delle bucature e sulla finitura "raw" della facciata: un trattamento materico, ottenuto attraverso uno speciale intonaco argenteo steso e lavorato a mano, che richiami l'alluminio, materiale alla base delle imprese della famiglia Agnelli. Ma anche che racchiuda la maestria del lavoro artigianale, d'autore, elemento che accomuna il mondo dell'architettura a quello dell'alta cucina. "La pelle esterna - spiega proprio Acerbis - è caratterizzata da una decorazione manuale che ricorda il mondo dei fossili, dei metalli sciolti, dei grandi movimenti terresti è il primo segno che la materia si muove e si trasforma. Qui con un disegno ideato da me, ma lasciata alla mano del decoratore, la materia si plasma e crea quel particolare equilibrio tra istinto e razionalità".

photo © Marco Introini

I due corpi, alti 10 metri, sono entrambi realizzati in cls, ma con tecnologie differenti: il primo ha una struttura in calcestruzzo prefabbricato; mentre il secondo è realizzato in calcestruzzo armato gettato in opera post compresso, tecnica costruttiva solitamente usata nelle costruzioni di grandi dimensioni che consente di avere maggiore luce libera, svincolando lo spazio da elementi strutturali che ne 'sporcherebbero' la pulizia formale. I motivi circolari dell'intonaco, uniti agli oblò dai diametri variabili, si contrappongono all'ampia superficie vetrata della facciata: una parallelepipedo trasparente, a tutta altezza, da cui si accede agli spazi aperti al pubblico.

photo © Marco Introini

Pur mantenendo il linguaggio e le proporzioni della tipologia del capannone industriale, Marco Acerbis propone, per gli interni, un design sartoriale dalla accentuata vocazione maschile, in cui, utilizzando come espediente il contrasto cromatico bianco e nero, sottolinea i chiaroscuri scaldandoli con tocchi di legno di teak. "I materiali sono semplici e dai colori neutri, cemento chiaro e ferro cerato, che proprio nel loro essere così diversi si attraggono e si respingono in un equilibrio di forze".

Showroom e ristorante

Una vetrata e un sistema di librerie separa, sulla sinistra, lo showroom dall'atrio, confrontandosi con il prospiciente corpo scala, posizionato in direzione opposta all'ingresso per enfatizzare l'arrivo al primo piano. Tutta la collezione di pentole Angelli è esposta in questo spazio al piano terreno, su espositori in alluminio alveolare piegato con moduli sinusoidali progettati su disegno di Acerbis. Addentrandosi poi nello spazio a doppia altezza, illuminato da lucernari, si incontra, in fondo, la reception con il desk in ferro naturale cerato, stesso materiale utilizzato per il parapetto della scala. "Allontanandosi dallo showroom si comincia a salire le scale appositamente progettate nel senso opposto a quello dell'ingresso. Una scelta audace che costringe il visitatore a fare un dietro front, quasi a resettare il pensiero per concentrarsi sull'emozione successiva. La mano si appoggia al corrimano per scoprire con il tatto la presenza del legno, allontanando l'impressione che tutto sarà freddo e grigio come il ferro dei parapetti", racconta Acerbis.

photo © Marco Introini

Sbarcati al primo livello, una piccola sala d'attesa introduce al ristorante di circa 60 coperti. Un luogo raccolto, introverso, in penombra, schermato da divisori circolari mobili di 3 metri di diametro, realizzati in stucco veneziano su struttura metallica, che riprendono il tema degli oblò in facciata e consentono il riassetto della sala. Ogni elemento presente - dai tavoli ai faretti orientabili, dai tovagliati alle ceramiche - è disegnato o scelto da Acerbis: alcuni pezzi della stoviglieria sono addirittura realizzati tailor-made, in collaborazione con Roberto Domiziani. La tonalità scura di soffitto e pareti consente di creare uno spazio morbido, ovattato, anche acusticamente, grazie all'utilizzo di pannelli Rockfon con proprietà fonoassorbenti. Una finitura simile - ma chiara - è stata invece ricreata sulla boiserie e sul pavimento, in contrasto. Concepito per isolare il cliente in un ambiente neutrale, minimale e ieratico, il design sceglie di puntare i riflettori esclusivamente sui piatti dello chef, unica nota di colore. "La spazialità è giocata qui sulle dimensioni delle forme che creano tensione ed equilibrio. Un ristorante dalla grande pulizia formale e di grande rigore geometrico. La geometria, l'ordine, la luce diffusa e di taglio, l'alternarsi di materiali quasi grezzi creano quell'ambiente dove all'apice della trasformazione spaziale architettonica si può godere della massima espressione culinaria delle materia che si è trasformata in emozione".

Infine lo chef table: il tavolo dove poter ammirare lo chef all'opera e, di fatto, mangiare con lui in cucina. Rivestito in resina scura ed illuminato da una finestra a soffitto che proietta su di esso la luce naturale, come una sorta di altare, è arredo fisso in un ambiente dove tutto è in movimento.

di Giulia Mura

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