Architetti under 40 a Milano

di Francesca Bizzarro

Intervista a Giuseppe Morando, consigliere MAGA e delegato nazionale Giarch.

Giuseppe Morando ha studiato Architettura allo IUAV-Venezia e Interior design alla SPD-Milano. Dopo un'intensa collaborazione con lo Studio Marco Piva a Milano, si è trasferito a Londra per unirsi allo studio Zaha Hadid Architects e iniziare una nuova importante collaborazione. In ZHA ha lavorato principalmente su alcuni progetti italiani, quello vincitore del concorso Regium Waterfront di Reggio Calabria e il progetto della torre CityLife a Milano. Oggi lavora tra Milano e Verona, si occupa di progettazione, dalla scala architettonica a quella del design e delle installazioni temporanee. È esperto Protocollo Itaca, il sistema italiano di valutazione della sostenibilità ambientale degli edifici. Alcuni dei suoi lavori hanno ricevuto premi e menzioni, e sono stati pubblicati su riviste di architettura e design.

1. Come nasce MAGA (Milano Associazione Giovani Architetti)?

MAGA nasce grazie all'iniziativa, nel settembre 2010, di un gruppo di giovani professionisti, intenzionati a creare anche a Milano un punto di riferimento per i giovani architetti. Il MAGA aderisce al Coordinamento dei Giovani Architetti (Giarch), il network di tutte le Associazioni presenti in molte città italiane.


2. In Italia, ha senso considerare gli architetti under 40 una categoria a parte?

Non dovrebbe avere senso una distinzione simile, ma la categoria dei giovani architetti di fatto esiste, e non certo per scelta. È il risultato di una serie incredibile di politiche poco felici, che hanno messo in un angolo, per anni, intere generazioni di architetti che avrebbero dovuto succedere ai loro "padri".


3. Che cosa differenzia una associazione "non istituzionale" di professionisti da un ordine professionale e quali sono gli aspetti della professione che ritenete di promuovere / tutelare più efficacemente?

La differenza è sostanziale. L'adesione all'associazione è volontaria, sulla base di una quota di iscrizione che ad oggi costituisce la copertura finanziaria della quasi totalità delle iniziative promosse. Il MAGA non ha interesse a rappresentare nessuna categoria ma solo i propri associati: intende promuovere la cultura architettonica cercando di raggiungere con la propria attività anche i non-architetti. L'associazione vuole parlare di architettura, sostenere i più giovani che si avvicinano alla professione, partecipare alla vita culturale della città,   rivendicando la propria autonomia da qualsiasi logica corporativa e da condizionamenti politici. È del tutto indipendente dall'Ordine, che pure mette gentilmente a disposizione gli spazi della sede di via Solferino per le periodiche assemblee dell'associazione.

Il MAGA propone un punto di vista neutro sui cambiamenti in atto che stanno trasformando Milano. Per questo, ad esempio, stiamo seguendo alcuni dei più  importanti cantieri, organizzando visite e incontri con i progettisti, senza pregiudizi ma con l'unico obiettivo di verificare la qualità degli interventi. Ritengo che l'aspetto che andrebbe maggiormente tutelato è proprio il ruolo culturale e sociale che un architetto, pur giovane, è in grado di interpretare e promuovere.

4. Negli ultimi anni gli architetti più o meno giovani hanno dovuto misurarsi con nuove forme di presenza nel mercato del lavoro. Come è cambiata la percezione del ruolo dell'architetto e quanto si sono (eventualmente) ridimensionate le aspettative di chi intraprende oggi la professione?

Da un lato, le università illudono gli studenti di potere rivendicare il proprio posto nell'olimpo dei grandi maestri; dall'altro, i potenziali clienti considerano gli architetti  come disegnatori abili, ma troppo esosi. Negli altri Paesi l'architetto è garanzia di qualità, di ottimizzazione dei costi e in una parola, di professionalità.  La frammentazione o la moltiplicazione delle facoltà di architettura e ingegneria, che prevedono corsi di studi ambigui e spesso sovrapposti, contribuisce a peggiorare il quadro. Le aspettative degli studenti sono quindi altissime, salvo poi subire un brusco ridimensionamento. Tuttavia i giovani hanno dimostrato di riuscire a rispondere in tempo reale al cambiamento in atto. In alcuni casi, hanno imposto delle accelerazioni: basti pensare alle forme di collaborazione internazionali tra giovani che si spostano sull'intero territorio europeo con estrema disinvoltura, trasformando la dimensione dello studio tradizionalmente inteso in una specie di ufficio globale e senza limiti fisici.

5. Quanto incide il fenomeno dei "falsi autonomi" sulle prospettive di carriera dei neolaureati?

Incide nella misura in cui scoraggia tanti dal cercare un'opportunità presso studi di progettazione e spinge molti neolaureati a scegliere di lavorare per imprese, società di ingegneria strutturate ed enti pubblici - impedendogli nei fatti di costruire un vero e proprio percorso di crescita professionale. Penso che il fenomeno contribuisca ad alterare la selezione della quale l'Università dovrebbe farsi carico e amplifica, in assoluto, la percezione di precarietà, resa ancora più drammatica quando si combina con una situazione economica altrettanto incerta, come quella attuale.

6. Ritiene che il sistema previdenziale - giocato sull'alternativa tra cassa professionale e gestione separata INPS - offra concrete garanzie future agli architetti che oggi hanno meno di quarant'anni?

Oggi, con i cambiamenti in atto, assolutamente no. Nessuno si assume la responsabilità di dirci che non c'è la certezza di una pensione per chi ha meno di quaranta anni.

7. La liberalizzazione totale delle professioni azzererebbe i meccanismi che ci hanno allontanato da una concezione più "europea" dell'attività professionale e - in particolare - dell'universo che ruota intorno agli studi di architettura? O il problema nasce già durante il corso di studi?

Ad allontanarci dall'Europa non sono certo le dinamiche legate al grado di  liberalizzazione della professione,ma piuttosto la cultura che la sostiene o la dovrebbe sostenere. Non a caso, altrove le Università sono incubatrici di teorie avanguardiste, mentre in Italia troppo spesso rappresentano posizioni conservative. L'Università dovrebbe porre fine all'autoreferenzialità che la distingue e non temere il confronto, vero, con il resto dell'Europa. Se si considera che nelle migliori Università europee insegnano i più grandi maestri dell'architettura contemporanea, lo snobbismo che si respira in alcune aule universitarie  è sconcertante...

Il problema culturale si estende anche fuori dalle aule. Se un neolaureato, in Italia, viene pagato poche centinaia di euro, è evidente che non è considerato una risorsa sulla   quale investire, ed è facile dedurre che il lavoro da fare ricade su ben altri livelli.

8. Quali iniziative ha intrapreso o intraprenderà MAGA per fronteggiare il momento di crisi? Quali sollecitazioni avete ricevuto in questo senso dagli iscritti (richieste di dibattito, corsi di formazione, utilizzo di spazi e strumenti di lavoro condivisi, etc.)?

L'anno scorso abbiamo organizzato alcuni incontri con lo scopo di offrire strumenti di supporto per orientarsi tra burocrazia e normative. In particolare, ha riscosso  grandissimo interesse e partecipazione la tavola rotonda sul tema dell'architetto-imprenditore. Al momento stiamo lavorando a un corso gratuito rivolto ai neolaureati, di "introduzione" alla professione, mentre ad aprile verrà inaugurata a Milano la mostra, a cura di Maga,  dei progetti di giovani architetti selezionati attraverso il bando Utet-Giarch.

Gli associati - come emerso da un'indagine interna appena conclusa - più che richiedere iniziative specifiche per fronteggiare il momento di crisi, preferiscono l'offerta di attività che contribuiscano ad ampliare le competenze e, più in generale, ad aumentare la professionalità. Lo conferma il grandissimo riscontro di eventi come le visite ai cantieri di Porta Nuova, City Life (che continueranno anche quest'anno) e di via Civitavecchia.

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