In copertina, cementine Tessieri, photo © Serena Acciai, 2026 presso mostra A. Tessieri & C., Lucca

Materiale povero ma di grande forza estetica, la cementina divenne espressione del benessere borghese e della nuova cultura urbana della Belle Époque. Antoni Gaudí ne progettò alcuni tra gli esempi più celebri, mentre Le Corbusier le reinterpretò nelle Maisons Jaoul, portandole dentro il linguaggio del Moderno.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, le cementine tornano protagoniste nei restauri e nei progetti di interior design contemporaneo, raccontando una storia fatta di artigianato, industria e identità mediterranea.

Stampi divisionali, photo © Serena Acciai, 2026 presso mostra A. Tessieri & C., Lucca

La nascita tra 800 e 900 e l'impiego nella Casa Milà di Gaudí a Barcellona

Le cementine nascono nella seconda metà dell'Ottocento come risposta pratica ed economica ai cambiamenti introdotti dalla Rivoluzione Industriale. Con la rapida crescita delle città europee e l'affermazione della borghesia urbana, si diffuse la necessità di materiali decorativi eleganti ma meno costosi del marmo o dei mosaici tradizionali.

L'elemento determinante fu il cemento Portland, brevettato nel 1824 e rapidamente industrializzato.

A partire dal 1850 la produzione di cementine si sviluppò nel sud della Francia e in Spagna, per poi diffondersi in tutto il Mediterraneo e in Europa.

Un ruolo importante fu svolto dalla ditta catalana Garret & Rivet, che presentò questi pavimenti all'Esposizione Universale di Parigi del 1867. Parallelamente, nella valle del Rodano e in Ardèche nel sud della Francia, sorsero numerose manifatture specializzate. La rapidità della diffusione dipendeva soprattutto dal basso costo produttivo. Le versioni monocrome o in bianco e nero consentivano anche ai ceti medi di accedere a pavimenti decorati, fino ad allora riservati alle élite. La loro resistenza all'usura ne favorì l'impiego in ingressi di edifici, negozi, chiese, gallerie commerciali e spazi di passaggio. A Parigi decorarono luoghi iconici come il Passage Jouffroy e il Passage des Panoramas, mentre in Italia divennero un simbolo delle case borghesi e delle abitazioni di ringhiera, soprattutto nella stagione Liberty.

Tra i più celebri interpreti delle cementine vi fu Antoni Gaudí. Agli inizi del Novecento l'architetto progettò una propria piastrella, poi conosciuta come Panot Gaudí. Ideata inizialmente per Casa Batlló, fu infine utilizzata negli ambienti di servizio di Casa Milà, detta La Pedrera. Progettato nel 1904, il Panot Gaudí è una delle opere di design industriale più innovative del periodo.

La piastrella, di forma esagonale, scelta inconsueta rispetto ai tradizionali moduli quadrati, è decorata con tre motivi ispirati al mondo marino: una stella marina, alghe e un fossile di ammonite. Il disegno completo emerge soltanto attraverso l'accostamento di sette elementi, evidenziando il rapporto organico tra geometria e natura tipico dell'opera gaudiniana. In assenza di colore il disegno emerge in bassorilievo dalla superficie, creando giochi di chiaroscuro variabili durante il giorno. Nel 1971 il motivo venne ripreso per la pavimentazione del Passeig de Gràcia di Barcellona e, successivamente, reinterpretato nel 1997 in una nuova versione grigia. Oggi il Panot Gaudí è conservato al Museum of Modern Art di New York come uno dei primi esempi di design industriale moderno.

Ricostruzione del Panot Gaudí © Serena Acciai, 2026

La diffusione nel Mediterraneo con l'Art Nouveau

Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, prima dell'avvento del razionalismo e delle esperienze del Bauhaus o del Weissenhof di Stoccarda, si diffuse nel Mediterraneo una comune idea dell'abitare borghese. Pur declinata secondo linguaggi locali differenti, essa condivideva principi compositivi, materiali e modelli decorativi. Fu il tempo dei villini Art Nouveau, delle case liberty e degli edifici eclettici che si ritrovano, con sorprendenti analogie, dalla Palestina al Libano, da Damasco alla Spagna, fino alla penisola italiana, passando per il Marocco.

In questo scenario le cementine svolsero un ruolo fondamentale: non soltanto come elemento funzionale, ma come vero dispositivo estetico capace di definire lo spazio domestico. In Italia poi ne esistevano varie scuole al Nord, al sud e al centro con elementi estetici simili che si differenziavano talvolta su base antropologica-culturale. Le piastrelle in cemento modificarono infatti la percezione dell'interno borghese, introducendo nuove relazioni tra materia, colore e geometria.

Attraverso pattern floreali, motivi grafici e composizioni modulari, il pavimento divenne parte integrante del progetto architettonico e non più semplice superficie neutra. La loro diffusione lungo tutte le coste del Mediterraneo contribuì inoltre alla nascita di un linguaggio decorativo condiviso, nel quale influenze francesi, catalane, ottomane e italiane si intrecciavano nel layout tipologico delle case ma avevano in comune decori simili: le cementine appunto. I pavimenti in cemento rappresentano così uno degli esempi più significativi di interconnessione artistica e culturale nella stagione della Belle Époque mediterranea.

La fabbricazione tra marmo e terra fino al moderno nelle Maisons Jaoul di Le Corbusier

A differenza delle piastrelle in ceramica, le cementine non vengono cotte in forno. La loro produzione si basa su una tecnica di pressatura idraulica seguita da una lunga stagionatura all'aria. La struttura della mattonella è composta da uno strato inferiore di cemento grigio e sabbia ad alta resistenza, sul quale viene colata la "pastina", lo strato superficiale decorativo formato da cemento bianco, polvere di marmo finissima e pigmenti colorati.

Per realizzare i motivi ornamentali gli artigiani utilizzavano divisori metallici, chiamati stampi divisionali, che permettevano di versare i diversi colori con estrema precisione, costruendo decorazioni geometriche o floreali di grande complessità. La produzione richiede manodopera specializzata, ed è proprio questa componente artigianale, che oggi rende le cementine particolarmente costose.

Lavorazione, photo © Serena Acciai, 2026 presso ditta A. Tessieri & C., Lucca

Con il boom economico del secondo dopoguerra e l'introduzione di nuovi materiali industriali, la loro diffusione iniziò progressivamente a diminuire.

Le cementine raggiunsero tuttavia un sorprendente utilizzo anche nell'architettura del Movimento Moderno, ovvero nelle Maisons Jaoul di Le Corbusier, realizzate tra il 1951 e il 1955. Nel soggiorno della Maison B, infatti, il pavimento in cemento incornicia un tappeto centrale in parquet a spina di pesce, destinato a definire simbolicamente l'area del tavolo. In questo progetto Le Corbusier ribalta l'uso tradizionale delle cementine.

Se normalmente erano le piastrelle decorate a costruire il "tappeto" ornamentale della stanza, qui il ruolo centrale viene affidato al parquet, mentre le cementine assumono la funzione di cornice neutra. È un gesto profondamente dirompente: il pavimento in cemento non scompare, ma viene reinterpretato secondo una nuova gerarchia spaziale.

Interno della Maison B, Maisons Jaoul, Le Corbusier, 1951-1955 schizzo @ Serena Acciai

Il lascito al mondo del design e della grafica e recupero contemporaneo

Con l'edilizia industrializzata degli anni Sessanta, il mosaico idraulico entrò progressivamente in crisi. La necessità di ridurre i costi e velocizzare i processi costruttivi favorì materiali più economici e standardizzati, portando alla scomparsa di molte manifatture storiche.

Parallelamente, demolizioni e ristrutturazioni invasive causarono la perdita di numerosi pavimenti originali. Negli ultimi anni, tuttavia, le cementine hanno conosciuto una nuova stagione di interesse. Architetti e interior designer le riscoprono oggi come elemento capace di restituire autenticità agli ambienti contemporanei che derivano dal recupero di edifici più datati.

Le loro piccole imperfezioni, la patina del tempo e la ricchezza grafica vengono percepite come qualità estetiche in contrasto con l'omologazione industriale. Il loro lascito è evidente anche nel mondo della grafica e del design contemporaneo. Forse non è un caso che il manifesto dell'Olivetti Elettrosumma 22 di Giovanni Pintori del 1962, che traduce l'azione meccanica e astratta della calcolatrice e la pubblicizza in un vortice di linee, numeri e colori, ricordi tanto l'astrazione quanto l'effetto estetico dell'accostamento delle cementine esagonali con decoro geometrico.

Accostamento tra l'effetto grafico del manifesto Elettrosumma 22 e quello delle cementine esagonali @ Serena Acciai

Cementine in deposito, photo @ Serena Acciai, 2026 presso ditta A. Tessieri & C., Lucca

Molti pattern moderni derivano infatti direttamente dalle composizioni modulari delle cementine storiche, mentre numerose collezioni reinterpretano i motivi Art Nouveau, déco o mediterranei in chiave contemporanea. Anche Giò Ponti con le sue ceramiche, probabilmente guardò all'esperienza delle cementine per i motivi geometrici che utilizzò, ad esempio nel celebrato Hotel Sorrento.

Oltre al recupero dei pavimenti originali, oggi si è diffusa anche la produzione di superfici in gres porcellanato "effetto cementina", capaci di riprodurne l'estetica unendola alla praticità dei moderni materiali ceramici. A ben guardare, però, la matericità non può essere la stessa: nonostante le innovazioni tecniche, il processo produttivo delle autentiche cementine è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a quello ottocentesco.

Proprio questa continuità artigianale rappresenta oggi uno dei principali valori culturali di questo materiale. Più che semplici rivestimenti, le cementine continuano a raccontare una precisa idea dell'abitare mediterraneo: un equilibrio tra decoro, artigianato e primi slanci della modernità.

Nate durante la Belle Époque, sono ancora oggi capaci di dialogare con l'architettura contemporanea, restituendole quel carattere locale che l'epoca della globalizzazione aveva progressivamente messo da parte.

All'interno della mostra della ditta A. Tessieri & C., Lucca. Photo @ Serena Acciai, 2026.

Esemplari di cementine all'interno della mostra della ditta A. Tessieri & C., Lucca. Photo @ Serena Acciai, 2026.

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