Allmannajuvet Zinc Mine Museum, Sauda, Norvegia, 2016. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti
Quattordici sono gli anni di riprese che Wim Wenders ha distillato nei 114 minuti di From Inside Out - The Architecture of Peter Zumthor, il documentario in 3D che segue nel tempo sedici architetture del progettista svizzero tra Europa e Stati Uniti e che è stato presentato in anteprima mondiale il 6 settembre 2026 alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venice Open - Fuori Concorso.
La coproduzione svizzero-tedesca ripercorre più di quarant'anni di attività professionale di Zumthor, premiato con il Pritzker Prize nel 2009, dalle prime opere nei Grigioni ai grandi progetti museali degli ultimi anni. Dopo il debutto al Lido, arriverà nelle sale italiane nel 2027.
La collaborazione tra l'autore di Perfect Days e l'architetto svizzero risale al 2012, quando Wenders realizzò Notes from a Day in the Life of an Architect, cortometraggio presentato alla Biennale di Architettura di Venezia. Da quell'esperienza nacque il progetto del lungometraggio, concepito per documentare come gli edifici vengono vissuti, seguire altre opere durante la costruzione e ricostruire la vicenda di un'architettura interrotta prima del completamento.
«La filosofia di Peter è lavorare lentamente e il tempo è anche il mio mestiere», ha spiegato Wenders durante la presentazione al Lido. «Realizzare un film significa creare, costruire nel tempo e con esso. Ogni film è fatto con mattoni di tempo». Il parallelismo, però, non si esaurisce nella durata dei rispettivi processi creativi. Wenders considera la sceneggiatura un punto di partenza aperto ai cambiamenti emersi durante le riprese; Zumthor descrive il progetto come una costruzione progressiva, suscettibile di ripensamenti anche quando sembra ormai definita. Per entrambi, l'opera può essere perfezionata mentre viene realizzata.
Nel corso di questi quattordici anni, Wenders è tornato più volte negli stessi edifici, ritrovandoli in stagioni diverse, e ne ha seguiti altri mentre crescevano in cantiere. Nel film si alternano le Terme di Vals, il Museo Kolumba di Colonia, la Kunsthaus Bregenz e la Cappella Bruder Klaus; le riprese si spingono oltre il Circolo polare artico, fino al Memoriale di Steilneset a Vardø, e accompagnano la realizzazione del Secular Retreat nel Devon, del nuovo Wyss Museum della Fondation Beyeler a Riehen e delle David Geffen Galleries del LACMA di Los Angeles.
Nelle note di regia Wenders parte da un paradosso: trascorriamo gran parte della nostra vita dentro gli edifici, ma raramente ci chiediamo come siano stati pensati e costruiti. Per questo il regista evita la lezione puramente tecnica: sono le immagini, i movimenti delle persone e i suoni degli ambienti a rendere percepibili gli spazi. La frase di Zumthor «Veniamo tutti da case» ne sintetizza il presupposto: l'esperienza dell'architettura precede la conoscenza specialistica della disciplina e riguarda chiunque.
Il film è scritto e diretto da Wim Wenders e prodotto da Marc Schmidheiny, Christoph Daniel, Karsten Brünig e dallo stesso Wenders. La fotografia è di Franz Lustig, con Sebastian Cramer come direttore della fotografia aggiuntivo e stereografo; il montaggio è di Maxine Goedicke, mentre Donata Wenders firma la regia della seconda unità. Le musiche originali sono di Vera Kappeler e Peter Conradin Zumthor, Laurent Petitgand e Sophie Hunger.
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Immagine del film "From Inside Out-The Architecture of Peter Zumthor", regia di Wim Wenders
Perché Wenders ha scelto il 3D
Il documentario prosegue la ricerca di Wenders sulla cinematografia tridimensionale, già sperimentata in Pina, sul lavoro della coreografa Pina Bausch, e in Anselm, sull'artista Anselm Kiefer. Nel nuovo progetto, però, il 3D assume una funzione specificamente architettonica: restituire la dimensione spaziale degli edifici.
«Non lo considero una tecnologia, ma un mezzo per raccontare una storia in modo diverso», ha dichiarato il regista. «Il 3D non ha nulla a che vedere con le immagini, ma con lo spazio, ed era quindi lo strumento adatto per raccontare un uomo che lavora sullo spazio reale».
La profondità dell'immagine rende leggibili le distanze, le sequenze degli ambienti, gli spessori e le aperture, insieme al modo in cui i corpi si muovono all'interno degli edifici. La telecamera registra percorsi, soste e azioni quotidiane; gli spazi appaiono sempre abitati da persone che camminano, osservano, lavorano, suonano o danzano.
Il titolo From Inside Out richiama sia lo sguardo dall'interno verso l'esterno sia l'idea che la forma dell'edificio nasca dall'organizzazione e dalle necessità degli ambienti interni, invece di essere stabilita esclusivamente dall'involucro.
Nel film compaiono visitatori, abitanti, artisti e artigiani. Tra loro, Siri Hustvedt, Ava DuVernay, Werner Herzog, Mark Bradford, Sophie Hunger, Tarek Atoui, Pedro Reyes, Reiko Sudo, Aoi Yamada, Michael Govan e Mariana Castillo Deball. Attraverso i loro movimenti e le loro attività, Wenders mostra le architetture come luoghi vissuti, anziché come oggetti separati da ciò che accade al loro interno.

Cappella di San Benedetto, Sumvitg, Svizzera, 1988. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti
Progettare con il tempo della Terra
«Gli edifici hanno un loro tempo, e così anche il paesaggio. Le Alpi, con i loro strati, sono un antico fondale marino compresso e spinto verso l'alto: sulle cime si possono ancora trovare conchiglie fossili. Questo è il tempo della Terra», afferma Peter Zumthor nel film.
Il documentario segue queste diverse profondità temporali, accostando la durata degli edifici a quella dei territori nei quali sorgono. Ripercorre così l'attività di Zumthor dalle prime costruzioni degli anni Ottanta ai cantieri documentati fino al 2026.
Zumthor, formatosi come ebanista nella bottega del padre, accetta pochi incarichi, lavora a lungo su ciascun progetto e continua a rivederlo durante la costruzione. Il cantiere non si limita a eseguire una forma stabilita una volta per tutte, ma partecipa alla sua definizione.
In alcuni edifici, il tempo della costruzione segna la materia; in altri, occupa una parte consistente della carriera di Zumthor. I 24 strati di calcestruzzo della Cappella Bruder Klaus corrispondono ad altrettante giornate di lavoro. Il cassero formato da 112 tronchi ha impresso nel calcestruzzo la trama del legno; una volta consolidata la struttura, i tronchi sono stati bruciati per liberare l'interno, lasciando sulle superfici le tracce della combustione. Il Secular Retreat nel Devon ha richiesto dieci anni, mentre le David Geffen Galleries del LACMA hanno impegnato l'architetto dal 2008 al 2026. Nel nuovo Wyss Museum della Fondation Beyeler, ripreso ancora in cantiere, il tempo del progetto si sovrappone a quello del film.
Altrove, l'architettura accoglie un tempo che esisteva già. A Coira protegge resti romani senza confondere la nuova struttura con le rovine; nella Casa Gugalun rende nuovamente abitabile una costruzione del Settecento; nel Museo Kolumba, le rovine della chiesa gotica distrutta durante la Seconda guerra mondiale diventano parte della nuova costruzione. Alle Terme di Vals, invece, gli strati di quarzite locale trasferiscono nell'edificio la storia geologica della montagna.
C'è infine il tempo che comincia quando la costruzione termina. La facciata della Kunsthaus Bregenz cambia con le ore, il cielo e le condizioni atmosferiche; a Sumvitg, le scandole di legno della Cappella di San Benedetto assumono nuove tonalità con il passare degli anni. La fine del cantiere non coincide con la fine delle trasformazioni: il clima, l'uso e l'invecchiamento dei materiali continuano a modificare l'edificio.
Le sedici architetture contengono dunque più cronologie: il tempo della Terra, quello della storia, gli anni della progettazione, le giornate del cantiere e le trasformazioni che iniziano quando l'edificio viene frequentato e abitato.

Kunsthaus Bregenz, Bregenz, Austria, 1997. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti
Topografia del Terrore, l'architettura cancellata
Uno di questi tempi si arresta in cantiere. È quello del Centro di documentazione Topografia del Terrore a Berlino, uno dei principali progetti incompiuti dell'architetto, concepito per l'area in cui sorgevano le sedi della Gestapo e delle SS durante il nazismo.
Zumthor lavorò al progetto dal 1993 e nel 1996 vinse il concorso per la costruzione del museo. Il cantiere fu interrotto nel 1999 in seguito all'aumento dei costi, dopo la realizzazione delle fondazioni e del piano interrato; nel 2003 il progetto venne definitivamente abbandonato e le parti già costruite furono demolite.
L'architetto intendeva riportare alla luce le strutture sotterranee e affidare alla consistenza fisica del luogo una parte della ricostruzione storica. Nel 2010 l'area accolse un nuovo centro di documentazione, progettato da Ursula Wilms dello studio Heinle, Wischer & Partner con il paesaggista Heinz W. Hallmann. Secondo Wenders, l'abbandono del progetto cambiò il modo in cui la memoria del sito sarebbe stata conservata e resa pubblica.
Le fotografie di Aldo Amoretti

Allmannajuvet Zinc Mine Museum, Sauda, Norvegia, 2016. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti

Cappella di San Benedetto, Sumvitg, Svizzera, 1988. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti

Cappella Bruder Klaus, Wachendorf, Mechernich, Germania, 2007. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti

Allmannajuvet Zinc Mine Museum, Sauda, Norvegia, 2016. Progetto di Peter Zumthor. Foto © Aldo Amoretti
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