In alto: Egyptian Theatre del Sundance Film Festival, Park City, Utah, USA
Robert Redford è stato un pioniere non solo del cinema indipendente, ma anche di una visione capace di mettere in relazione architettura, natura e cultura.
Prima che termini come sostenibilità ambientale, tutela del paesaggio, edilizia ecologica, architettura a basse emissioni, riuso degli edifici e impiego di materiali locali entrassero nel dibattito architettonico, Redford aveva già mostrato come fosse possibile trovare un equilibrio tra costruzioni contemporanee e ambiente naturale.
Nelle prossime righe vedremo come il suo impegno per la tutela dell'ambiente e il suo modo di intendere lo storytelling possano offrire spunti di riflessione anche attraverso l'architettura da lui costruita: rispettando il contesto, valorizzando i luoghi senza alterarne l'identità, coniugando qualità e libertà creativa.
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La nascita del cinema indipendente al Sundance
Redford, negli anni ottanta del novecento, con l'aiuto di alcuni amici dello show business, acquistò dei terreni nello Utah, assunse la direzione del poco fortunato Utah/United States Film Festival, lo ribattezzò Sundance Film Festival, fondò il Sundance Institute e diede vita a un laboratorio permanente dove i giovani cineasti potevano iniziare a lavorare senza l'assillo del denaro e degli altri condizionamenti dell'industria cinematografica: nasceva così il cinema indipendente in America, che avrebbe portato al successo registi e attori come Quentin Tarantino, Steven Soderbergh, Christopher Nolan, Ryan Gosling, e molti altri.
"This is the rebirth of the battle of the brave new ideas".
Così recitava il manifesto del Sundance Film Festival del 2010.
Questa grande rivoluzione creativa aveva bisogno di un luogo, di un'architettura che potesse ospitarla, ed ecco allora la creazione del Sundance Mountain Resort, la cui filosofia progettuale potrebbe essere sintetizzata in una formula diventata emblematica nella storia del Festival: "develop a little, preserve a lot". Non soltanto un principio urbanistico, ma una dichiarazione d'intenti pionieristica, perché a detta dello stesso Redford, il lusso più grande che un artista possa avere al Sundance Institute "è la libertà di fallire".

La Fattoria Dan McPolin, Il grande fienile bianco (costruito intorno al 1921-1924) realizzato a incastro con travi in legno, senza l'uso di chiodi. Si trova lungo la strada percorsa negli anni da milioni di visitatori diretti al Sundance Film Festival.
Sundance: costruire lasciando spazio alla natura
Per comprendere il rapporto di Robert Redford con l'ambiente bisogna partire dal Sundance, tra le montagne dello Utah. È qui che, dagli anni sessanta, prende forma un'idea di abitare il territorio in cui ospitalità, arte, cultura e natura convivono senza che una dimensione prevalga sulle altre. Il principio centrale riguarda il modo di costruire: il paesaggio non viene considerato uno spazio vuoto da trasformare, ma una realtà con una propria identità, storia e morfologia.
Nel progetto del Sundance Resort, sviluppato con l'architetto John Shirley, gli edifici vengono collocati rispettando gli alberi esistenti, tanto che la Tree Room del Sundance Mountain Resort, lo spazio più rappresentativo del complesso, è stata letteralmente costruita intorno all'albero del quale porta il nome: e ancora, nella progettazione, si è prestata attenzione alla conformazione del terreno, alle visuali, mentre i percorsi pedonali permettono di limitare la presenza delle automobili.
Questa sensibilità, oggi espressione dei principi della progettazione green, si traduce anche nell'uso di materiali locali come legno e pietra. I cottage richiamano forme semplici e tradizionali come il lodge, la capanna e il pueblo, dove anche gli arredi testimoniano in larga parte l'amore di Redford per gli oggetti dei nativi americani e per quel territorio. È forse questo il punto più interessante dell'esperienza del Sundance Resort: non far scomparire l'architettura nel paesaggio, ma evitare che finisca per dominarlo.


Sundance Mountain Resort, Utah © Serena Acciai, 2026
Sito web del Sundance Mountain Resort
→ sundanceresort.com
Una casa, una kiva coi piedi nudi nel parco
La residenza privata di Redford al Sundance porta lo stesso ragionamento all'interno dello spazio domestico. Costruita negli anni settanta, combina legno, vetro e pietra locale e incorpora principi riconducibili all'architettura solare. Ma più delle singole soluzioni tecniche conta il modo in cui la casa stabilisce un rapporto con ciò che la circonda. La luce naturale, i camini, le opere d'arte e soprattutto le grandi aperture verso l'esterno organizzano l'esperienza degli ambienti.
Le finestre non servono semplicemente a illuminare le stanze o a offrire un panorama: mettono continuamente in relazione la vita domestica con ciò che avviene fuori. La casa può essere letta quasi come un luogo di transizione dove il paesaggio entra nella quotidianità attraverso la luce, le vedute e il mutare delle stagioni.
La casa però contiene anche una stanza circolare ispirata alla kiva dei pueblos dei nativi americani e introduce una dimensione completamente diversa rispetto agli altri ambienti aperti verso il paesaggio: un luogo raccolto, quasi sotterraneo nella sua atmosfera, destinato alla musica, alla riflessione e alla solitudine.

Casa Redford, Sundance, Utah © Serena Acciai, 2026
Dal paesaggio dello Utah al laboratorio californiano
Con il Robert Redford Conservancy for Southern California Sustainability la riflessione sul rapporto tra architettura e ambiente cambia scala. Non si tratta più di progettare un insediamento immerso in un paesaggio montano, ma di trasformare un edificio esistente in uno spazio dedicato alla ricerca, alla formazione e alla diffusione della cultura della sostenibilità. Il progetto, realizzato al Pitzer College di Claremont, parte da una condizione apparentemente poco spettacolare: un'infermeria del 1931 inutilizzata da decenni. Invece di demolire e ricominciare, il progetto sceglie di lavorare sull'esistente. È una decisione architettonica che coincide con una precisa scelta ambientale.
Carrier Johnson + CULTURE recupera circa il 90% della struttura e dell'involucro originari, intervenendo sull'edificio attraverso il riuso dei materiali e la conservazione di una parte significativa di ciò che già esisteva. Alla dimensione architettonica si aggiunge quella ecologica: vengono mantenuti alberi maturi e ricreati habitat con specie vegetali autoctone. Il complesso raggiunge inoltre le certificazioni LEED Platinum e Zero Energy.
Ma l'aspetto più interessante è forse il modo in cui il progetto utilizza l'architettura come strumento pedagogico.
Gli spazi di ricerca, le aule all'aperto, le aree naturalistiche e gli ambienti destinati all'apprendimento non sono separati dalla strategia ambientale ma ne diventano parte visibile e concreta. Chi frequenta il Conservancy non si limita quindi a studiare la sostenibilità all'interno di un edificio. Può osservare direttamente come un edificio possa essere recuperato, come un habitat possa essere ricostruito e come il progetto possa modificare il rapporto tra costruito e natura.
Nel 1987 il California Council dell'American Institute of Architects gli attribuisce il Nathaniel A. Owings Award for Significant Contribution to the Environment, riconoscendone l'attività nel campo della tutela ambientale e il lavoro svolto come fondatore e presidente dell'Institute for Resource Management.
Il cinema come storytelling dei paesaggi umani
Come ha detto Barbra Streisand Redford: "Era sempre interessato e sempre interessante, era un intellettuale, un artista, un cowboy" che indagava la natura umana nel suo rapporto col territorio e nelle relazioni tra le persone. Tali temi attraversano numerosi dei suoi film, soprattutto quelli diretti o interpretati a partire dagli anni ottanta.
In Milagro (1988), il conflitto per l'acqua e la trasformazione del territorio diventano metafore di uno scontro tra la comunità locale, gli interessi economici e lo sviluppo turistico.
In In mezzo scorre il fiume (1992), il fiume, le montagne e la pesca a mosca non costituiscono semplicemente la scenografia della storia; sono il legame tra il paesaggio del Montana e lo spazio della memoria, della formazione e della relazione tra i personaggi: due fratelli tanto diversi che ritrovano la loro ragion d'essere lungo il fiume in cui hanno vissuto fin da bambini.
La natura assume una presenza ancora più evidente in L'uomo che sussurrava ai cavalli (1998), dove il trasferimento, ancora nel Montana, della giovane protagonista e di sua madre, a seguito di un grave incidente a cavallo, rappresenta anche un ritorno a un rapporto più diretto con gli animali, alla maestosa vastità del territorio e ai ritmi naturali.
E poi c'è La mia Africa (1985), nel quale il paesaggio assume una dimensione quasi autonoma, il filo conduttore, di quel.. "avevo una fattoria in Africa"...che è l'incipit del romanzo della Blixen e del film e che è capace di definire il tono e la percezione stessa della storia: Karen viene portata dal personaggio interpretato da Redford, l'inafferrabile avventuriero inglese, a vedere una tratto di territorio ancora intatto ma presto destinato a mutare. E lui glielo mostra così: con tutti i pericoli e le difficoltà, ma con Mozart come sottofondo a una natura selvaggia e incontaminata.
A tutto questo si aggiunge la messa in evidenza del ruolo fondamentale del giornalismo d'inchiesta nella società: tema centrale del celebre Tutti gli uomini del Presidente (1976), ma anche del romantico Qualcosa di personale (1996) e del più recente Truth - Il prezzo della verità (2015).
Per un'arte a servizio dell'ambiente e delle persone
Dal punto di vista dell'architettura, forse il lascito più interessante di Redford è quello di aver contribuito a diffondere l'idea che la tutela dell'ambiente possa essere una forma di cultura, d'arte e di architettura. Architettura che con la giusta misura, come il cinema, possa fare qualcosa di più che raccontare il mondo o occuparlo: può mostrarci come rispettarlo.
Al Sundance, Redford è riuscito, intrecciando architettura, paesaggio e cinema, a dar risposta alla stessa domanda: quanto territorio siamo disposti a lasciare intatto perché continui a darci la possibilità di vivere bene e raccontare delle storie perché, come diceva spesso, "storytelling needs a sense of place, begins with a sense of place".
Redford aveva di bello che potevi trovarlo sempre dalla stessa parte: quella della difesa delle minoranze, della libertà di stampa, delle donne, dell'ambiente, riuscendo a fare tutto questo con la settima arte, a riprova del fatto che gli artisti, come ci ha mostrato di recente Susan Sarandon, hanno il dovere di schierarsi, perché con la loro arte sono capaci di lavare via la polvere del mondo.
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