Emilia-Romagna – Green buildings: vivere meglio, consumare meno

Architettura bioclimatica e bioedilizia alla portata di tutti.
Gli strumenti per una casa con ridotte emissioni di gas serra, che fa spendere meno e che permette di vivere in un ambiente più sano.
Le esperienze della casa passiva, i nuovi requisiti di rendimento energetico e le procedure di certificazione degli edifici, fino al risparmio idrico, in giardino e nelle aree verdi.
Le tecniche del Green Buildings, per progettare e gestire in maniera sostenibile ed efficiente.

Una casa che faccia spendere poco o niente per il riscaldamento, e magari anche per la bolletta dell’elettricità, grazie al ricorso all’energia solare.

Che riduca al minimo le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici e, in generale, tutto il suo impatto ambientale. E che in più sia sana da abitare: massima attenzione alla qualità dell’aria interna.

Godono di crescente fortuna i “green buildings”, ossia gli edifici progettati e gestiti in maniera sostenibile ed efficiente.

Il linea generale, i principi ispiratori dei “green buildings” sono due.

Il primo è l’architettura bioclimatica, ossia quella che progetta la casa cercando di adattarla nel migliore dei modi all’ambiente circostante e di ridurne i consumi energetici.

La sua punta di diamante è la casa passiva, studiata in modo tale che non ci sia quasi bisogno di accendere i termosifoni e il condizionatore. Il secondo principio ispiratore è la bioedilizia: costruire facendo uso di materiali locali e “naturali”.

Un certo grado di attenzione all’efficienza energetica e alle energie rinnovabili è obbligatorio in Emilia- Romagna da quando, il primo luglio scorso, sono entrate in vigore le disposizioni contenute nel Piano energetico, o meglio nell’Atto di indirizzo e coordinamento sui requisiti di rendimento energetico e sulle procedure di certificazione degli edifici, che dà traduzione pratica alla direttiva europea sul risparmio energetico.

L’Atto fissa i requisiti minimi di prestazione energetica, che variano in base alla destinazione d’uso degli edifici e alle caratteristiche climatiche della zona in cui sono situati. Stabilisce il ricorso obbligatorio ad una quota di energie rinnovabili in caso di nuove costruzioni, di ristrutturazioni radicali o di sostituzione dell’impianto di riscaldamento: in particolare, devono essere prodotti da fonte rinnovabile almeno il 50% dell’acqua calda sanitaria e almeno 1 Kw di energia elettrica per unità abitativa.

Nel caso questo non sia possibile, bisogna ricorrere a soluzioni alternative: l’allacciamento al teleriscaldamento, ad esempio, o il collegamento a impianti di fonti rinnovabili comunali, dal momento che la Regione ha approvato un piano per realizzare piattaforme fotovoltaiche sul territorio.

Infine, l’Atto avvia la certificazione del rendimento energetico degli edifici, indispensabile per accedere a tutti gli incentivi che riguardano il miglioramento della prestazione energetica. Incentivi nelle norme di costruzione sono previsti per chi realizza edifici con rendimenti energetici inferiori a 50 Kw al metro quadrato annuo.

Si può tuttavia consumare ancor meno: e la casa passiva consuma proprio pochissimo.

La definizione indica gli edifici costruiti in modo tale da offrire un ambiente confortevole tutto l’anno – tiepido d’inverno, fresco d’estate – quasi senza bisogno di accendere il riscaldamento o il condizionatore.

Per la precisione, in Europa i requisiti della casa passiva sono un consumo annuo totale di energia inferiore a 40 Kw al metro quadrato (meno di un quarto rispetto ad una casa “normale” media); in questa cifra è compreso anche il consumo annuo di energia per il riscaldamento, che deve essere inferiore a 15 Kw al metro quadrato.

Da tener presente che lo standard vale anche per Paesi tipo la Norvegia: quelli a clima mite come l’Italia sono in qualche modo avvantaggiati.

Il consumo di energia è così basso, poi, da poter essere coperto facendo ricorso all’energia solare e ad altre fonti rinnovabili.

La casa passiva ha forma compatta, orientamento ed esposizione accuratamente studiati per essere calda d’inverno e fresca d’estate, un ottimo isolamento termico.

Adotta accorgimenti che consentono di recuperare il calore dell’aria in uscita e di preriscaldare l’aria in entrata.

Costa un occhio della testa?

No, dicono gli esperti: e in ogni caso il maggior investimento iniziale si ripaga nell’arco di trent’anni grazie ai i minori consumi.

La casa passiva costituisce una delle applicazioni dell’architettura bioclimatica, che regola la costruzione delle abitazioni in modo tale che esse riescano ad offrire comfort adattandosi nel migliore dei modi all’ambiente esterno.

I suoi capisaldi sono: rispetto dell’ambiente, impiego di materiali biocompatibili, minimo uso di sostanze inquinanti, ridotto consumo energetico.

L’edificio bioclimatico ideale è quello costruito in modo tale da disperdere poco calore d’inverno (coibentazione, doppi vetri…), schermare il sole d’estate, sfrutta l’energia solare.

Il concetto di architettura bioclimatica va a braccetto con quello di bioedilizia, ossia l’uso di materiali di costruzione locali, “naturali” ed ecologici.

Essi vengono scelti tenendo conto del dispendio energetico che comportano, della disponibilità, dei loro effetti sulla salute umana.

Dunque una casa costruita secondo i criteri della bioedilizia impiega pietre, mattoni e legno locali. Usa intonaci senza composti di sintesi, e perfino la lana di pecora per la coibentazione.

Per la tinteggiatura, solo pitture che non impiegano solventi chimici, così da non influenzare negativamente la qualità dell’aria che si respira all’interno.

La bioedilizia propone addirittura case interamente in legno e case di paglia.

Ma non come nella fiaba dei Tre Porcellini, dove il lupo cattivo distrugge in un batter d’occhio proprio la casa di paglia e quella di legno: gli esperti di bioedilizia assicurano che edifici del genere sono durevoli quanto quelli convenzionali.

Oltre ad essere materiali ecologici e sostenibili, il legno e la paglia offrono un ottimo isolamento acustico e termico – tutta energia risparmiata – e sono anche un materiale elastico, quindi con proprietà antisismiche.

Nelle case in paglia, in particolare, i muri vengono costruiti con balle pressate. Poi si procede ad intonacare, realizzare gli impianti e posare pavimenti ed infissi come nelle case convenzionali.

Quanto alla durata, ovviamente non ci sono riscontri di lungo periodo per i moderni edifici in paglia e in legno costruiti secondo i criteri della bioedilizia: ma sulle Alpi sono perfettamente conservati edifici di legno che hanno alle spalle molti, molti secoli di vita.

E’ il caso dei rascard valdostani, tutti di tronchi, alcuni dei quali risalgono addirittura all’inizio del XVII secolo, e delle case walser, dove sono in legno muri perimetrali, balconi, orditura del tetto.

Ma manca ancora qualcosa alla già pur ecologica casa che consuma poca energia e che è costruita con materiali naturali. Il risparmio idrico e il giardino sono due temi di solito non centralissimi nella bioarchitettura, ma tutt’altro che trascurabili.

Una serie di accorgimenti per risparmiare acqua in casa e nel giardino, dai riduttori di flusso alla micro-irrigazione, sono descritti nel quaderno “Pratiche di risparmio dell’acqua: tecniche comportamentali”, pubblicato dall’assessorato all’Agricoltura, all’Ambiente e allo Sviluppo sostenibile della Regione Emilia Romagna.

Il medesimo assessorato ha dedicato un altro quaderno a “Il risparmio d’acqua in giardino e nelle aree verdi”, che fra l’altro elenca piante ed arbusti ornamentali meno esigenti in fatto di innaffiature.

Fra gli altri, c’è anche un opuscolo pubblicato dalla Provincia Autonoma di Bolzano, “Linee guida per la gestione sostenibile delle acque meteoriche”.

Mostra come raccogliere in una cisterna l’acqua piovana che cade sul tetto, ed a usarla per alimentare un impianto idraulico parallelo e distinto rispetto a quello della potabile. Diventa così possibile usare l’acqua piovana in tutti gli ambiti che non hanno a che fare con il cibo e con l’igiene personale, dimezzando il consumo di acqua potabile.

Il giardino della casa sostenibile non può che essere biologico, cioè coltivato senza far ricorso a pesticidi, fitofarmaci e in generale a sostanze chimiche di sintesi.

E’ ovviamente possibile procedere col fai-da-te; l’alternativa può essere rivolgersi a Bio-Habitat, che trasferisce al verde non agricolo i principi e le tecniche dell’agricoltura biologica e che interviene fra l’altro sul verde urbano di Faenza e Modena.
(Fonte: regione Emilia-Romagna)

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