Collaborare per la sostenibilità – Fausta Mecarelli

dal gruppo di lavoro al dialogo con gli abitanti - intervista a Fausta Mecarelli, architetto

Fausta Mecarelli Fausta Mecarelli Architetto, laureata presso La Sapienza a Roma, è dottore di ricerca in Sviluppo Urbano Sostenibile. Ha sviluppato competenza nella didattica e nell’applicazione di metodologie per la pianificazione strategica sostenibile e la progettazione partecipata, svolgendo moduli d’insegnamento presso la facoltà di Architettura di Roma Tre. E’ intervenuta nella strutturazione di processi decisionali inclusivi per la discussione di temi di recupero urbano e per la gestione di forum su ambiente e territorio a Roma e Provincia. E’ orientata alla ricerca di linguaggi architettonici sostenibili per favorire l’interazione tra stakeholder ed amministrazioni locali nell’applicazione di modelli progettuali per l’efficienza energetica. Fa parte, per la promozione della cultura dei processi decisionali inclusivi, della Consulta sulla Bioedilizia istituita dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia.

 

Il percorso di Fausta Mecarelli, architetto e co-fondatrice dell’associazione Atelier locali, può indicare una direzione a quanti si muovono nell’ambiente della ricerca, nel contesto universitario, ma desiderano crearsi una “via d’uscita” verso la professione.

Il punto di partenza, come sempre, è una concezione più aperta del progetto: “L’architetto, …, deve convogliare in una pratica di intelligenza collettiva le proposte degli altri, non solo le proprie. Studiando le strategie e le modalità d’azione per raggiungere gli obiettivi condivisi da tutti, deve stimolare l’immaginario delle persone…“.

L’obiettivo coincide con una creatività che non si sovrappone alle esigenze dei cittadini. Sarà un compito alla portata degli architetti?

 

Intervista

di Francesca Bizzarro

1. Ci spieghi meglio che cosa significa “progettazione partecipata”.

La progettazione partecipata si ricollega alle diverse forme di democrazia diretta all’interno delle quali ogni abitante (preferisco questo termine, perché più denso di significato rispetto a “cittadino”) dovrebbe poter partecipare alla costruzione e alla trasformazione del suo ambiente di vita. La progettazione partecipata di un’opera pubblica o privata implica l’animazione di un progetto, cioè il coinvolgimento, fin dall’inizio, delle persone, dei diretti interessati – ma non solo; l’ascolto; la fiducia degli abitanti nella capacità del progettista di trasformare una situazione di degrado urbano o di conflitto; la certezza nell’efficacia delle politiche. Tutto questo richiede un lavoro lungo e complesso, che quasi sempre continua anche dopo che l’opera è stata realizzata, almeno tra le persone che hanno partecipato. Parliamo quindi di processi continui, anzi di processi decisionali inclusivi, perché l’obiettivo è di non escludere nessuno dall’ascolto e dall’espressione. Quando interviene a modificare una parte anche piccola della città, l’architetto urbanista, che svolge una professione di utilità sociale, dovrebbe essere sempre consapevole del suo dovere di rivolgersi in primo luogo agli abitanti, cioè ai gruppi di interesse, alle comunità locali, ai soggetti deboli. Purtroppo le scuole di architettura non sempre alimentano questa sensibilità.

2. Come si è avvicinata a queste tematiche? Quanto ha influito la sua preparazione universitaria?

In Italia, dove ho svolto i miei studi universitari, la progettazione partecipata ha visto poche, anche se esemplari, esperienze tra gli anni ’70 e ’80 (ricordiamo Giancarlo De Carlo per il Villaggio Matteotti, Renzo Piano a Otranto e al Ghetto di Roma, l’Associazione Ecopolis a Milano e, negli anni ’90, Avventura Urbana a Torino), ma nei corsi di composizione architettonica l’argomento non veniva trattato. Parliamo dei lontani anni ’80, ma anche ora la situazione non è molto cambiata. Diversi anni dopo la laurea, avendo collaborato ad alcune esperienze di pianificazione tradizionale, mi sono iscritta a un corso di perfezionamento in “Progettazione interattiva sostenibile e sistemi multimediali” tenuto presso la facoltà di Architettura di Roma Tre dai professori Giangrande e Mortola, iniziatori e convinti portabandiera di questo approccio alla progettazione. In seguito, ho lavorato, sia nella ricerca, frequentando il corso di PhD “Sviluppo urbano sostenibile”, sia nella sperimentazione, con gli altri membri dell’unità di ricerca di Roma Tre, in alcuni contesti romani (Centocelle Vecchia, quartiere Marconi, rione Monti), avendo modo di applicare le metodologie della partecipazione che avevo nel frattempo appreso (Planning for Real, Strategic Choice, A Pattern Language). Infine, ho sentito il bisogno di abbandonare l’ambito universitario e di intraprendere l’attività associativa di Atelier Locali, insieme ad altre colleghe che avevano percorso una strada analoga alla mia. Nel corso della mia permanenza all’Università ero venuta in contatto con gli esponenti della rete italiana della partecipazione (soprattutto gruppi del nord Italia: Milano, Torino, Venezia, Firenze), che basavano la loro attività professionale sulla partecipazione. La mancanza di gruppi con questa competenza al centro e soprattutto al sud mi ha motivato a provare! È un modo innovativo di svolgere la professione di architetto, e dalle pubbliche amministrazioni proviene una crescente richiesta di rendere sostenibili, cioè condivisibili, le scelte di pianificazione – progettazione.

3. Mi sembra di capire che corsi di perfezionamento e master siano solo il primo passo…

Secondo me ancora più efficaci sono gli stage e i tirocini che i neolaureati possono compiere presso le pubbliche amministrazioni – ammesso che siano disponibili i fondi per istituirli. Un altro ambito per poter integrare le conoscenze è quello dei corsi di formazione istituiti dai programmi regionali e comunitari, ma a mio parere contano molto l’autoformazione (ci sono manuali molto dettagliati, specialmente in lingua inglese, che descrivono metodi, tecniche e casi studio: N.Wates, Community Planning Handbook, Londra, Earthscan, 2000; D. Wilcox, Guide to Effective Participation, Londra, Development Trusts, 1998; in Italia il manuale “A più voci” a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e l’autoimprenditorialità per lo start-up di iniziative di lavoro autonomo.

4. Quale è – o potrebbe essere – il ruolo degli architetti nella progettazione partecipata?

A partire dagli anni ’90, diventando più complesse le realtà urbane, la pubblica amministrazione e gli enti locali hanno dovuto indirizzare la propria attività in base a criteri di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza. Tale orientamento presuppone la partecipazione dei privati alla formazione della volontà pubblica e la garanzia di effettiva conoscibilità dell’azione della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda le trasformazioni del territorio, l’architetto, in quanto esperto tecnico, deve farsi interprete di questa volontà e garantirne la trasparenza attraverso la partecipazione alla progettazione/pianificazione. L’architetto, assumendo un ruolo attivo (o pro-attivo), deve convogliare in una pratica di intelligenza collettiva le proposte degli altri, non solo le proprie. Studiando le strategie e le modalità d’azione per raggiungere gli obiettivi condivisi da tutti, deve stimolare l’immaginario delle persone, contribuendo a indirizzarle, in uno scambio che procede dall’esperto tecnico all’esperto abitante, e viceversa. Gli architetti diventano comunicatori nell’interazione con gli abitanti, ma anche educatori e formatori; animatori, nel provare a dare impulso attraverso iniziative, eventi, workshop all’autopromozione sociale degli abitanti – specialmente nei territori più difficili delle periferie urbane; facilitatori, nei momenti di lavoro di gruppo sulle tematiche generali o specifiche. Inoltre, quando il processo di decisione è avviato, forniscono supporto e accompagnamento, collocandosi come mediatori tra l’Amministrazione e i soggetti interessati nell’attuazione di procedure o strumenti urbanistici. .

5. Può citare uno o più interventi in cui l’apporto degli architetti è stato determinante?

In Italia ci sono molti esempi più o meno recenti dell’attivazione di Forum di Agenda 21 Locale e dell’attuazione dei programmi complessi: Patti territoriali, PRUSST, Piani di accompagnamento sociale ai PRU, Contratti di Quartiere, Programmi Urban e Urbact e altri programmi con finanziamenti europei che prevedono processi partecipativi. Per non parlare di iniziative autogestite da reti locali e associazioni – a Roma (rete sociale Monti), a Milano (riqualificazione dei quartieri ERP, Ticinese, Bovisa, Gallaratese e del Quartiere Adriano) e in varie zone delle città del nord Italia. Il panorama è in continua evoluzione. Comunque l’architetto partecipativo deve integrare le sue competenze con quelle dei sociologi urbani, degli antropologi sociali, dei grafici/web designer, degli ecologi, degli economisti… coerentemente con una visione integrata dei problemi

6. Esistono differenze fra contesto italiano e panorama europeo e internazionale?

Molte! Infatti, a chi ne abbia la possibilità, consiglio un periodo di formazione in Olanda, Gran Bretagna o Scozia, paesi che hanno una lunga tradizione, risalente agli anni della ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale: fu allora che venne sviluppato il metodo dei future studies per la costruzione di scenari preferibili e si diffusero iniziative attraverso associazioni di assist architect per il community design/ planning. Anche negli USA la progettazione partecipata vanta una storia di decenni: dall’advocacy planning (anni ’60, Davidoff) alle sofisticatissime ricerche e sperimentazioni di Christopher Alexander che, a mio avviso, è il massimo teorico della progettazione sistematica. Nell’Europa dell’est pare sia in corso l’applicazione di pratiche partecipative attraverso semplici tecniche come Planning for Real, mentre nei Paesi del sud del mondo (America Latina, Africa, Asia) è importante il ruolo delle ONG nella facilitazione/accompagnamento ed è diffusa, più che la partecipazione, l’autocostruzione attraverso tecnologie che utilizzano materiali naturali (balloon- frame, adobe-pisé, bamboo, ecc.)

7. Come si avvia un progetto come Atelier locali? Quali sono i passaggi fondamentali per seguire il vostro esempio?

In questo campo difficilmente si può lavorare da soli, a meno di non essere molto fortunati e poter collaborare a programmi già avviati da qualche pubblica amministrazione: bisogna costituirsi in associazione, onlus o cooperativa di lavoro insieme ad altri colleghi. Oltre alle competenze su metodi, tecniche e approcci, è utile avere capacità progettuale – nel senso di visione chiara delle finalità e delle strategie, spirito organizzativo, predisposizione al lavoro e all’apprendimento cooperativo. Va fatta moltissima promozione presso gli enti e gli utenti potenzialmente interessati, il che implica la ricerca insistente di contatti con le amministrazioni e presuppone uno studio continuo della normativa che regolamenta la pianificazione e lo sviluppo del territorio. Occorre porre attenzione ai bandi e rispondere a quelli più interessanti, organizzare eventi per la promozione della progettazione partecipata, seguire convegni e seminari, scrivere articoli sulle tematiche d’interesse, produrre pubblicazioni.

8. Quanto contano la politica e i referenti istituzionali nell’attuazione di progetti finalizzati a valorizzare le specificità di comunità e quartieri?

Direi che sono essenziali i riferimenti ai processi partecipativi inseriti dai politici nei propri programmi e soprattutto il grado di priorità con cui intendono avviarli in questo o quel quartiere. Tuttavia occorre non sottovalutare il moto di sviluppo che può provenire dal mondo delle nuove progettualità locali, del terzo settore in cui si sta sempre più diffondendo la consapevolezza di un uso più responsabile delle risorse grazie all’autorecupero, all’autocostruzione o al co-housing.

9. C’è spazio per neolaureati e giovani architetti nella progettazione partecipata?

Mi auguro che in questo settore ci sia sempre più spazio per i neolaureati in architettura. Anche gli architetti di lungo corso a volte si mostrano interessati, ma prevale il loro scetticismo – per non dire ostilità – verso la partecipazione, che sentono come una defraudazione del loro ruolo di esperti tecnici. In fondo Atelier Locali sta lavorando anche su questo versante, attraverso la promozione, con tutte le difficoltà che si incontrano in Italia (ma è un discorso che vale per quasi tutti i settori lavorativi). In sostanza il nostro lavoro rientra in una tendenza del mercato e del lavoro chiamata S.O.S. (salviamo la nostra società) e indirizzato verso l’impegno e la responsabilizzazione sul fronte dell’ambiente, dell’educazione e dell’etica. Tale tendenza è in crescita secondo i più recenti rapporti di ricerca del settore, ma nel nostro Paese le strutture organizzative (specialmente quelle istituzionali e normative) stentano a innovarsi con la rapidità che richiederebbe l’incalzare dei problemi ambientali. Anche la “collaborazione” tra gli enti di governo del territorio è spesso una chimera con la conseguenza di stalli prolungati. Per intraprendere la professione di architetto partecipativo direi quindi che c’è da tenere lo sguardo rivolto verso un orizzonte di lungo termine, motivati da un forte spirito di ricerca.

10. Ci sono competenze o ruoli per i quali Atelier locali ricorre a collaboratori esterni? Se sì, attraverso quali canali avviene la ricerca e il successivo contatto con i potenziali candidati?

Può succedere che per eventi di particolare rilievo ci si debba rivolgere ad artisti. A volte per gli incontri partecipativi o sessioni tematiche dei Forum di Agenda 21 abbiamo bisogno di esperti su particolari aspetti ( energia, economia, sociologia, ecologia, ecc.), oppure di figure di supporto (accoglienza, verbalizzazione), ruoli che possono essere svolti da neolaureati. In genere, molti laureandi o dottorandi ci contattano via e-mail e noi puntualmente li coinvolgiamo, se occorre; ma oltre a inviarci il curriculum, chiedono di poterci incontrare per avere indicazioni e approfondimenti relativi ai loro lavori di tesi.

11. Può segnalarci le prossime iniziative di Atelier locali?

Ci auguriamo di poter proseguire iniziative già intraprese: il processo avviato per partecipare il PTPG della Provincia di Roma e le fasi di attuazione di processi di Agenda 21 Locale. Inoltre, stiamo prendendo contatti con alcuni Municipi e comuni della Provincia di Roma per avviare processi di accompagnamento delle fasi attuative dei piani urbanistici approvati.

 

Per saperne di più

Atelier Locali – Associazione per una progettazione sostenibile e partecipata www.atelierlocali.org | info@atelierlocali.org

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