In copertina la foto di Daniele Pavesi

Punto di partenza: un progetto coraggioso e lungimirante dell'amministrazione, che nel centro città - siamo a Desio - punta sulla mobilità lenta attivando aree trenta e creando zone pedonalizzate. È nell'idea di un centro a misura di pedone che trovano spazio i progetti di riqualificazione di una piazza e di alcuni slarghi ad opera dello studio, con basi a Rotterdam e Milano, Openfabric

«Questi spazi sono stati progettati in tempi normali ed aperti in tempi di Covid e trovo che l'approccio "anti-deterministico" che abbiano utilizzato risulti particolarmente efficace in un momento in cui lo spazio pubblico viene altamente regolamentato», racconta Francesco Garofalo, fondatore di Openfabric, oggi alla guida dell'atelier insieme a Jacopo Gennari Feslikenian e a Matteo Motti.

Lo studio, che di recente ha vinto un concorso con il ben noto studio Mvrdv, per realizzare il nucleo di un fiorente quartiere universitario a Shenzhen (curando la progettazione urbanistica e paesaggistica), oggi è attivo su progetti di piccola e grande scala nel Vecchio Continente ma anche oltre i confini dell'Europa. Festeggiano - riferisce con entusiasmo Garofalo - il primo progetto francese: la rigenerazione urbana di una parte del quartiere di Romainville, a nord est di Parigi, ai confini del périphérique e hanno appena chiuso un progetto per rinverdire 76 Km di autostrada alle Mauriutius. In Italia hanno appena consegnato l'esecutivo per la rinascita del Parco della Reggia di Rivalta.

Desio, mobilità lenta per valorizzare lo spazio pubblico

Le tre nuove aree pubbliche del centro di Desio, città-satellite di Milano, sono state aperte in autunno. «Per me questo progetto - sottolinea Garofalo - è una testimonianza di un momento storico, penso che quando lo racconterò, magari tra cinque anni, lo descriverò con un tono giornalistico, più che architettonico-progettuale, pensandolo come un testimone di un periodo storico che è ancora più importante del progetto stesso».

«La cosa bella è che la progettazione di questi spazi, piuttosto piccoli, è frutto di una visione urbana che nasce da un processo estremamente virtuoso. Il comune ha utilizzato un cambio di mobilità per valorizzare gli spazi pubblici e, inoltre, noi siamo partiti da un documento preliminare elaborato dal Politecnico di Milano, da un gruppo diretto dalla professoressa Laura Montedoro. Un documento molto accurato ed interessante, che ha facilitato il nostro ruolo di progettisti», aggiunge Matteo Motti coordinatore del progetto di Desio elaborato con Sbg Architetti e Meta Srl.

«Al di là del fatto che la maggior parte di questi spazi era dedito al parcheggio e al passaggio delle automobili, non c'erano grossi problemi da risolvere ma c'era tanto da migliorare, cosa che abbiamo fatto in una maniera estremamente semplice», aggiunge Motti.

Il progetto «anti-deterministico»

Il principale spazio riqualificato è antistante al parco degli Alpini, un'area verde rispetto alla quale la nuova piazza diventa un nuovo e più dignitoso margine, caratterizzato da ampi spalti e da giochi d'acqua. 

«Nei nostri progetti cerchiamo di evitare il "determinismo", di decidere che funzione va e dove va. Trattiamo noi stessi come progettisti e non come users finali, vogliamo creare le condizioni perché sia chi utilizzerà lo spazio pubblico a farlo nella maniera che vuole. E spesso ci capita di fare ricorso a una serie di riferimenti provenienti dal mondo della progettazione teatrale, della professione scenografica. Il nostro spazio con le fontane non è altro che un grosso palco completamente vuoto e le sedute non sono delle panchine ma degli spalti. Anche questo uso dell'extra-large fa riferimento alla progettazione nell'ambito dello spettacolo. Questo è per me il punto principale: evitare di assumere un ruolo decisionale, di dire cosa si fa e dove si fa. Un approccio del genere avrebbe dei limiti evidenti, soprattutto in un periodo del genere in cui lo spazio pubblico è o vietato o regolamentato», aggiunge ancora Francesco Garofalo illustrando un concetto chiave che permea l'intero progetto.

L'approccio «anti-deterministico» - come lo definisce il progettista - serve anche a favorire l'incontro. «Trovo che la nostra missione sia quella di favorire incontri inaspettati e l'occupazione creativa dello spazio, evitando - come dicevo - forme di determinismo, ossia la sindrome di Dio del progettista che decide cosa faranno gli utilizzatori dello spazio più o meno per sempre o per i prossimi vent'anni. Quindi l'incontro inaspettato è proprio questo: trovare la commistione quasi caotica, totale, di gruppi di età, di background sociali».

In questo quadro si inseriscono elementi «attivatori», come gli zampilli d'acqua che si innalzano dalla pavimentazione. «Abbiamo dei piccoli inserimenti progettuali, come i getti d'acqua, pensati per generare delle reazioni, qualsiasi esse siano. In alcune foto si vedono i bambini che giocano con i getti d'acqua, un ciclista che li attraversa. Le tribune, come dicevo, per me rappresentano la spettacolarizzazione di uno spazio pubblico, anche il solo sedersi diventa in questo caso un qualcosa di eccezionale. Si tratta di prendere la vita comune e senza effetti speciali provare a metterla su un palcoscenico», riferisce ancora Garofalo.

La palette di colori e di materiali: pietra naturale, porfido e legno rispecchia quella del centro. «Abbiamo utilizzato un abaco di soluzioni molto ridotto la cui intenzione era quella di inserirsi nel contesto storico, ovviamente», conclude l'architetto.

di Mariagrazia Barletta

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