I punti da prendere in considerazione riguardo la 18. Biennale di Architettura di Venezia sono tanti e toccano differenti aspetti della professione dell'architetto e del ruolo dell'architettura oggi. "We believe in a new role for the architect" si legge scritto a chiare lettere sul muro di una delle curator's room. Su questo siamo d'accordo, eccome: gli architetti sono chiamati, oggi più che mai, a ripensare il loro ruolo culturale nella società, dopo anni in cui hanno perso terreno agli occhi dei non addetti al settore. Si ma come?

In quella che è considerata la più eloquente vetrina al mondo per mettere in scena le ricerche recenti, le eccellenze del panorama internazionale, i temi "caldi" che l'architettura sarà tenuta ad affrontare da qui ai prossimi anni, ci è parso, che alla grande quantità di proclama e keywords presentate, non corrisponda poi un corrispettivo pratico nella realtà.

Di cambiamenti e novità nel palinsesto ne sono stati fatti diversi dal team curatoriale, e vogliamo dare la possibilità a tutti, noi per primi, di metabolizzarne alcuni, lasciare loro il tempo di posa e sviluppo. Come premiare la scelta di abbassare l'età media dei partecipanti, dare la precedenza a gruppi ristretti, parte di un sottobosco creativo spesso poco considerato, riscrivendo una storia dell'architettura oggi incompleta attraverso la voce di coloro solitamente ignorati dal sistema dominante occidentale.

In fase di conferenza stampa era stato detto "Una mostra di architettura è allo stesso tempo un momento e un processo. Oltre al desiderio di raccontare una storia, rappresenta un viaggio nel cambiamento. Proprio per questo le mostre sono importanti: offrono la possibilità di raccontare una narrazione nuova ad un pubblico vasto, riscrivere paradigmi, innescare riflessioni, dare impatto, alimentare il terreno dove si costruisce il cambiamento. È stato chiaro fin dal principio che The Laboratory of the Future avrebbe adottato come suo gesto essenziale questo stesso concetto di cambiamento". Ben venga il cambiamento, ma qui non si tratta di dire bello o brutto, bravo o no, ci è piaciuta o no - perché alcune cose cose ci sono piaciute, certo - ma di non riuscire a toglierci la sensazione che questa Biennale sia un'occasione mancata, l'ennesima, per far fare dei cambiamenti reali alla disciplina, dopo che si saranno spenti i riflettori.

I punti critici

1. Tante domande e pochissime risposte

Gli interrogativi che pone questa edizione - agricoltura, climate change, geografia e genere, comunità, diritto alla terra, sostenibilità, decolonizzazione e decarbonizzazione - sono grandissimi, trasversali, hanno a che fare con il futuro di tutti. Ma oltre agli intenti programmatici, dato che l'architettura è chiamata a fornire risposte, non solo spunti di riflessione, bisogna poi essere concreti nei fatti. Per esempio: la Biennale è impegnata in prima linea nel contrasto al cambiamento climatico e alla riduzione dell'impronta ecologica, promuovendo un modello più sostenibile per la progettazione, l'allestimento e lo svolgimento di tutte le sue attività. Benissimo! Ma possibile poi che un tema tanto giusto ed urgente venga risolto nella proposta fatta dal Padiglione Germania in cui la soluzione è presentare gli elementi smontati dagli anni precedenti?

Padiglione Germania © foto Matteo de Mayda | Courtesy: La Biennale di Venezia

2. Architettura missing, specialmente ai Giardini

Senza scomodare una figura (neanche particolarmente amata) come quella di Patrick Schumacher - ripreso un po' ovunque dai media per il suo commento tranchant sulla Biennale - ci troviamo d'accordo nel dire che la vera grande assente, in questa edizione, è proprio l'architettura.

Intendiamoci: non vogliamo far passare il concetto che per rappresentare la pratica architettonica si debbano usare solo maquettes, disegni tecnici e immagini. Il punto è che al netto della bontà di molte delle ricerche presentate - lunghe, complesse, partecipate - gli output che poi si riscontrano in mostra non sono adeguati a raccontare questo tipo di processi.

Come in "Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri" - il Padiglione Italia curato dai giovanissimi Fosbury che hanno portato a Venezia le istanze di progettisti under 40, "generazione cresciuta in un contesto di permanente crisi, dove gli architetti sono sempre meno protagonisti nelle trasformazioni" - per la prima volta interpretato "come attivatore di azioni concrete a beneficio di territori e comunità locali, oltre l'idea che una mostra debba essere solo "esibizione".

Il concept ci era piaciuto molto, la resa un po' meno: i 9 studi coinvolti per quanto ci riguarda non sono stati in grado di mettere in scena il frutto delle loro ricerche in un modo che potesse davvero far emergere quanto affermato su carta.

Arsenale | Padiglione Italia

3. Quali differenze con la Biennale di Arte?

Troppe ricerche, sociologiche, antropologiche e urbanistiche, troppe installazioni, troppe performance, troppe tende, troppi vasi (con o senza piante), troppi video. E non che in questi elementi ci sia qualcosa di sbagliato in assoluto, è ovvio, solo ci sembrano inadeguati rispetto al topic che deve rimanere centrale: che questa è una Biennale internazionale di Architettura, non di arte, che ha la sua edizione, ad anni alterni. E con ben altri obiettivi.

Noi siamo favorevolissimi all'ibridazione trans-disciplinare, all'idea che la pratica architettonica contemporanea sia la sommatoria di elementi complessi afferenti a mondi diversi, ma la domanda che ci poniamo è: esiste ancora un confine oppure dobbiamo prendere atto che l'architettura ha spostato il suo focus verso l'elemento esperienziale/performativo? Uno su tutti: il Padiglione Gran Bretagna, premiato dalla giuria con una menzione speciale "per la strategia curatoriale e le proposte progettuali che celebrano la potenza dei rituali quotidiani come forme di resistenza e pratiche spaziali nelle comunità della diaspora". Sì ma quali proposte progettuali?

Giardini, Padiglione Gran Bretagna © foto Marco Zorzanello | Courtesy: La Biennale di Venezia

4. Ancora troppe poche donne

Docente, scrittrice di bestsellers, divulgatrice impegnatissima sui temi legati alla razza, all'identità e all'architettura, Lesley Lokko è stata scelta "per dare parola a una voce che veniva dall'esterno del mondo nord-occidentale". Una figura simbolica in primis, inclusiva, rappresentativa del concetto di minoranza. Ci saremmo aspettati avesse avuto, allora, il coraggio di invitare esclusivamente progettiste femminili, o dedicare loro un padiglione intero, dimostrando quante ce ne sono di brave nel mondo e facendo una scelta di campo nettissima sul tema gender equality: sebbene di passi avanti ne siano stati fatti negli ultimi anni, l'architettura resta un mondo ad appannaggio prevalentemente maschile, soprattutto nelle posizioni che contano, inutile negarlo.

Giardini padiglione centrale | installazione rossa Loom © foto Giulia Mura

5. Aderenza al tema

Includere la parola "futuro" nel titolo del proprio evento sembra far alzare troppo l'asticella delle aspettative. O forse, semplicemente, a dare la sensazione che in quella parola si facciano confluire dentro la maggior parte dei temi della contemporaneità, senza però eviscerarne davvero nessuno. Con il rischio altissimo di ricadere nello stereotipo. "Laboratorio di futuro", contiene infatti, l'idea di spazio per le azioni reali, dinamiche, in costruzione. Sì ma quali visioni di futuro significative avete visto davvero in mostra? Quante ne ricordate?

6. Se devi spiegarlo vuol dire che non funziona

La comunicazione efficace è sintesi. Ma soprattutto, per rendere fruibile un certo tipo di contenuti specialistici ai non addetti al settore è necessario trovare escamotages narrativi che non siano lunghi testi esplicativi, essay teorici o diagrammi di dati. Tra la semplificazione estrema che banalizza temi cruciali liquidandoli in due righe alla chiusura in universi lontanissimi a cui davvero pochi hanno accesso di comprensione, troviamo ci sia una via di mezzo. Anche su questo tema dovrebbe riflettere l'architettura e i suoi componenti: come comunicarsi, come essere inclusiva, come diventare veramente un messaggio comune. Solo così i temi che tratta saranno percepiti da tutti come importanti.

Portico © foto Matteo de Mayda | Courtesy: La Biennale di Venezia

Quello che abbiamo apprezzato

Alle Corderie dell'Arsenale, nella sezione Dangerous Liaisons, Emotional Heritage, l'installazione - viaggio all'interno dell'incredibile universo progettuale di Ricardo Flores e Eva Prats (Flores & Prats) fatto di frammenti di progetto, disegni, modelli, film e animazioni. Kate Otten architects, dal Sudafrica, che con Threads riscrive - anzi letteralmente, ricama - la storia di Johannesburg e la corsa all'oro ottocentesca presentata come lettura simultanea del paesaggio narrato dalle donne attraverso la produzione artigianale. I materiali utilizzati sono naturali, biodegradabili e specifici del Sudafrica, ad opera di collettivi, mestieri e tradizioni femminili millenarie. E Sexy Assemblage - The Danger and Seduction in Juxtaposing Differences that May Clash, dei romani Orizzontale che hanno presentato un paesaggio costituito da uno spazio pubblico - gradonata, tavolo da ping pong, playground e una grande mappa - dove giocosità, azioni e comunità generano insieme il tempo e lo spazio per sperimentare nuove forme di aggregazione collettiva.

Nella sezione Force Majeure, che riunisce 16 studi che rappresentano un distillato della produzione architettonica africana e diasporica, l'opera The Kwaeε, dello studio Adjaye Associates, una piramide realizzata attraverso l'incastro di moduli sfalsati in legno nero che in twi, una delle lingue principali del Ghana, può essere tradotto con 'foresta', uno spazio dedicato alla meditazione, alle attività, agli incontri.

Alcuni padiglioni nazionali poi, hanno colpito la nostra attenzione. La riflessione "El Futuro del Agua" condotta per l'Argentina da Diego Arraigada, che per la Biennale mette in relazione l'acqua, il territorio, le città e una selezione di architetture argentine recenti. L'allestimento - semplice nell'impianto ma incredibilmente immersivo - è realizzato dalla composizione di tavoli, piani di luce che sembrano fluttuare su un fluido blu, su cui sono riportati parole e immagini appartenenti al glossario dell'acqua.

"Neighbours", di Karin Sander e Philip Ursprung per la Svizzera, che, invece di destinarlo a contenitore di una mostra, scelgono di esporre il padiglione in quanto tale, anzi, sottolineando la vicinanza tra quello svizzero (1951-1952, Bruno Giacometti) e quello venezuelano (1954- 1956, Carlo Scarpa), attraverso un enorme tappeto che raffigura le due planimetrie combinate.

"Renewal: a symbiotic narrative" è invece la proposta del padiglione cinese curato da Ruan Xing, che esplora, attraverso un allestimento di grande impatto scenico, gli esperimenti sulla vivibilità in ambienti ad alta densità realizzati negli ultimi quarant'anni da architetti cinesi: i visitatori possono trovare le proprie risposte 'guardando', dispiegando', 'contemplando' e 'passeggiando' all'interno del Padiglione, tra specchi, plastici e visori VR.

Infine la Lettonia, con T/C LATVIJA che ha indagato con ironia ma profondità la relazione tra La Biennale (vista come 'supermercato') e i padiglioni nazionali (visti come i suoi 'prodotti'). Da TC Latvija, un autentico negozio dove tutte le idee si incontrano e trovano posto sullo stesso scaffale potete trovare tutto ciò di cui avete bisogno per i vostri desideri, visioni e necessità: qui ciò che conta non sono i prodotti, ma le vostre decisioni.

The Kwaeε | studio Adjaye Associates © foto Andrea Avezzù | Courtesy: La Biennale di Venezia

Padiglione Argentina © foto Marco Zorzanello | Courtesy: La Biennale di Venezia

BIENNALE ARCHITETTURA 2023
Il Laboratorio del Futuro
a cura di Lesley Lokko

Giardini / Arsenale / Forte Marghera
20 maggio > 26 novembre 2023
Chiuso il lunedì

Orari
20 maggio > 30 settembre: 11 - 19 (ultimo ingresso: 18.45)

Fino al 30 settembre, solo sede Arsenale:
venerdì e sabato apertura prolungata fino alle ore 20 (ultimo ingresso: 19.45)

1 ottobre > 26 novembre: 10 - 18 (ultimo ingresso: 17.45)

Aperture straordinarie
lunedì 22 maggio, 14 agosto, 4 settembre, 16 ottobre, 30 ottobre, 20 novembre 2023

Biglietti
labiennale.org

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