Da protagonisti a mediatori: architetti costruttori di dialogo

intervista ad Antonello Iuorio, presidente di ASF Italia

L’esperienza di Arquitectos Sin Fronteras, organizzazione non governativa operante in Spagna, è stata fonte di ispirazione per il gruppo italiano che nel 2002 ha dato vita ad Architettura Senza Frontiere (ASF) ONLUS, libera associazione aperta a quanti intendano impegnarsi nella Cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo “…e nel “Quarto Mondo“, fornendo assistenza e supporto tecnico e progettuale nei settori delle costruzioni in genere; delle infrastrutture del territorio, ambientali e sociali; dell’ambiente, del paesaggio e dell’urbanesimo; del restauro e della conservazione della cultura storica e del patrimonio architettonico storico, artistico e archeologico” (dal sito asfit.org).

Rivolgiamo alcune domande all’architetto Antonello Iuorio, presidente di Architettura Senza Frontiere dal 2004, per cercare di comprendere meglio come operano le ong e quali prospettive possono offrire.

Intervista

di Francesca Bizzarro

1. Sulla base dell’esperienza di Architettura Senza Frontiere, ritiene determinante l’apporto degli architetti alla Cooperazione allo sviluppo?

La Cooperazione è un mondo molto ampio, con tantissime sfaccettature: si passa dalle attività – per così dire – di emergenza, a iniziative finalizzate a fare intraprendere alle popolazioni svantaggiate un percorso per diventare davvero indipendenti. Gli architetti possono avere un ruolo molto importante nella Cooperazione perché l’architettura, nel senso più ampio del termine, è uno strumento indispensabile nella creazione di vero sviluppo nei Paesi terzi. Mi riferisco non solo alla costruzione tout court, ma anche al lavoro di mediazione tra chi attua gli interventi e i beneficiari, ovvero le popolazioni dei Paesi in Via di Sviluppo.

2. Quindi nell’ambito dei progetti di Cooperazione spesso vi confrontate sia con gli organismi che sostengono finanziariamente le iniziative, sia con le istituzioni locali che devono favorire l’attuazione degli interventi…

Le attività si svolgono sempre laddove ci sono contatti in loco: portando avanti questi contatti, interagiamo in primo luogo con i beneficiari, cioè con i veri fruitori del progetto (l’ospedale, l’orfanotrofio, i corsi di formazione oppure una serie di attività integrate). Interagiamo inoltre con le istituzioni locali dei Paesi terzi, che mettono a disposizione le loro conoscenze e capacità – a volte anche parte del finanziamento – per portare a termine i progetti. Sul territorio italiano, d’altra parte, dialoghiamo con tutte le organizzazioni, le istituzioni, gli enti pubblici e privati che possono in qualche modo avere interesse o volontà di contribuire al finanziamento di un progetto di Cooperazione.

3. Il laureato in architettura che si è sempre occupato d’altro o ha appena terminato gli studi è pronto per essere coinvolto in iniziative di Cooperazione allo sviluppo, oppure richiede una formazione aggiuntiva, sotto forma di corso di specializzazione o master?

Non è pronto, perché purtroppo il tema della Cooperazione, e quindi la spinta a fare crescere la sensibilità del tecnico sulle problematiche connesse, è quasi inesistente nel panorama italiano delle Facoltà di architettura. Esistono pochissimi esempi di percorsi formativi, in massima parte corsi post-laurea o master, utili per far proseguire agli architetti interessati la formazione nel settore. A questo proposito, va precisato che nella Cooperazione coesistono due aspetti fondamentali. Uno è quello prettamente tecnico: capire che cos’è la Cooperazione, imparare a leggere e a rendicontare i progetti di cooperazione, e così via – un bagaglio di conoscenze che non è difficile acquisire, perchè esistono corsi ad hoc di tutti i generi. Più complesso è cambiare atteggiamento e non sentirsi più i protagonisti del processo – come in genere gli architetti fanno – ma piuttosto una piccola parte del meccanismo che contribuisce ad attivare il processo. Un architetto formato e con un minimo di esperienza è comunque in grado di gestire la parte tecnica di un progetto nei Paesi in Via di Sviluppo; molte volte, però, è completamente inadatto a confrontarsi con le componenti fondamentali della Cooperazione: la partecipazione, la sensibilità, la capacità di cogliere rapidamente le dinamiche di un determinato progetto. Questa è una delle problematiche che stiamo cercando lentamente di fare emergere nel dibattito tra i soci, e non solo tra i soci, per evidenziare che, tra i tanti tipi di architetti, l’architetto legato alla Cooperazione per lo sviluppo è una figura ancora poco conosciuta.

4. Per creare programmi didattici che abbiano coerenza con l’attività sul campo, le università e gli istituti che erogano i corsi consultano le associazioni come ASF?

No, fino a oggi. Si tratta di due mondi che operano a compartimenti stagni: nella maggioranza dei casi le università si concentrano esclusivamente sulla sfera accademica, tralasciando il contatto con le organizzazioni non governative e, di conseguenza, le implicazioni pratiche della Cooperazione. Questa chiusura impedisce agli studenti di comprendere fino in fondo che, alla fine del periodo di formazione, li attende un percorso lavorativo, ovvero un’attività sul campo, che si traduce anche in una scelta di vita: i disagi sono tantissimi, non ci sono grandi guadagni, ci si trova a confrontarsi con realtà spesso estreme, nelle quali la capacità di relazione e di mediazione con le comunità locali prevalgono sulla capacità tecnica.

5. Ha riscontrato differenze fra contesto italiano e panorama europeo e internazionale?

Come accennavo in precedenza, in Italia la sensibilità degli architetti verso la Cooperazione per lo sviluppo è ancora molto scarsa.

6.Può citarmi uno o più Paesi in cui, secondo lei, è più radicata la cultura della Cooperazione?

La Spagna ha una tradizione importante: c’è maggiore sensibilità all’argomento, oltre a ottimi corsi di formazione sul tema rivolti agli architetti, perché la società civile in generale ha una maggiore sensibilità in questa direzione. Per i Paesi del Nord Europa si può fare un discorso analogo, anche se – a mio parere – il gap rispetto alla realtà italiana non è poi così ampio come in altri contesti. Nei Paesi Scandinavi, soprattutto in Svezia, ci sono esempi interessanti, come, del resto, in Belgio e in Olanda. Anche la Francia si distingue per la lunghissima tradizione e per la capacità di interagire.

7. Sono frequenti i progetti comuni tra associazioni di Paesi diversi impegnate nella Cooperazione per lo sviluppo?

Esistono moltissime iniziative di collaborazione. Architettura Senza Frontiere fa parte del network internazionale ASF-International, che cerca di unire varie associazioni per attivare i processi di cui parlavamo: creare servizi e sviluppare la consapevolezza dei temi legati alla Cooperazione, sia a livello europeo sia a livello internazionale. Il network è ancora in fase di crescita, ma stiamo cercando di relazionarci a organizzazioni transnazionali, come le Nazioni Unite, la Croce Rossa Internazionale e l’Unione Europea.

8. Vi capita di ricorrere a laureati in architettura di altri Paesi dell’Unione Europea, per la direzione di un progetto o la supervisione di un intervento nei Paesi in Via di Sviluppo?

In generale, per i nostri progetti o per le parti che ci competono, all’interno di progetti di collaborazione più ampi con altre associazioni, gli architetti impegnati sono italiani. Noi cerchiamo sempre, per prima cosa, di coinvolgere i soci, i quali seguono un percorso formativo – anche se breve – che ci consente di capire chi sono, quali capacità possiedono e quale apporto possono fornire, con un grado di responsabilità più o meno grande.

9. Esistono anche altri canali per collaborare con ASF?

A volte può accadere che, in relazione a una specifica esigenza, pubblichiamo un piccolo bando per reperire persone con una specifica professionalità.

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