L’impegno solidale fa rima con professionalità

intervista a Silvia Carbonetti, architetto da Stone Town a Nairobi

Ci si può improvvisare cooperanti? Decisamente no!

Viene quindi da chiedersi quale sia il metodo più efficace per acquisire i “ferri del mestiere” indispensabili a chi prende parte a progetti nei Paesi in Via di Sviluppo. L’architetto Silvia Carbonetti è riuscita ad avviare il suo percorso professionale grazie ad un master specifico e ad un fruttuoso apprendistato svolto a Stone Town, capitale di Zanzibar, nell’ambito di un programma internazionale dell’AKTC (Aga Khan Trust for Culture).

Ascoltiamo la sua esperienza, basata sul presupposto che “…Il ciclo del progetto è connaturato all’essenza dell’architetto. I progetti di cooperazione non sono tanto dissimili, solo che… il risultato non è un edificio!“. E cerchiamo di tenere presente un certo pozzo…

Intervista

di Francesca Bizzarro

1. Quando hai deciso di lavorare nella Cooperazione allo sviluppo, di che cosa ti occupavi? Avevi seguito il classico percorso laurea – abilitazione – pratica in uno studio?

Appena conseguito il titolo, ho iniziato anch’io a cercare lavoro presso altri architetti e, essendomi laureata in Restauro, ho collaborato per circa quattro mesi con uno studio che si occupava di conservazione. L’esperienza è durata pochissimo, perchè sono andata quasi subito a Mantova per il Master del Politecnico di Milano su cooperazione e sviluppo per architetti ed ingegneri. Avevo provato l’Esame di abilitazione nella prima sessione utile dopo la laurea, ma, non avendo superato lo scritto, contavo di riprovare alla fine del master; invece, ho dovuto aspettare altri tre anni per essere di nuovo in Italia. Mi sono abilitata solo lo scorso ottobre!

2. Perché hai sentito l’esigenza di conseguire un master post-universitario ad hoc?

La scelta di frequentare il Master nasceva da alcune decisioni che avevo preso: non intendevo lavorare stabilmente in uno studio, l’architettura italiana non faceva per me, desideravo utilizzare le mie conoscenze legando la professione allo sviluppo sociale e poi…volevo viaggiare! Decisamente, credo che senza la preparazione del Master sarei andata allo sbaraglio. Ci sono molti aspetti importanti dei progetti di cooperazione che non si possono apprendere durante i corsi universitari di Architettura. È rarissimo che in quei contesti si debba semplicemente costruire un edificio, servono altri strumenti: si devono innanzitutto tenere in considerazione le risorse presenti, la sostenibilità; bisogna conoscere le realtà locali, le politiche, capire le esigenze. Più stretta è la vicinanza alle consuetudini del luogo, maggiori sono le possibilità di successo. Serve anche avere nozioni di economia, di scienze politiche, di storia, di gestione, di informatica. Tutto questo si potrebbe anche apprendere con l’esperienza diretta sul campo, ma un master è più approfondito e consente di risparmiare tempo. Inoltre, alla fine del corso che ho seguito era previsto un tirocinio.

3. Dove si è svolto il tuo periodo di tirocinio?

A Zanzibar. Uno dei ragazzi che frequentava con noi proveniva da lì e mi ha trovato il contatto per seguire il restauro di Stone Town, Sito Patrimonio dell’Umanità, curato dall’Aga Khan Trust for Culture – uno dei rami dell’ Aga Khan Development Network. Sono rimasta sul posto per tre mesi, con l’idea di ascoltare e imparare, più che di insegnare, atteggiamento – dettato dalla consapevolezza di essere appena uscita dall’Università – che probabilmente mi ha aiutato. Ho imparato a comunicare in swahili, ad adattarmi a un contesto così diverso. Ho sentito sulla mia pelle che cosa comporta la differenza di colore, anche il razzismo, l’appartenere ad una classe mio malgrado. Ho imparato a fare tutto da sola, dalla A alla Z, dall’idea alla realizzazione, con pochissimo a disposizione e senza tutte le strutture a cui noi occidentali siamo abituati. Alla fine del tirocinio, che ho cercato di prolungare il più possibile, sono tornata in Italia e, appena discussa la tesi del Master, ho iniziato a cercare un modo per ripartire. Ovviamente, ho chiesto anche all’AKTC: per fortuna, mi hanno risposto che avevano un posto per me. Sono rimasta con loro per quasi due anni.

4. Che idea ti sei fatta dell’Aga Khan Trust for Culture?

Prima dell’esperienza a Zanzibar, non li avevo mai sentiti nominare. Anche se all’inizio ero titubante, è stata un’occasione che mi ha decisamente cambiato la vita. Una precisazione: la Rete delle Agenzie Aga Khan lavora nei paesi poveri, principalmente dell’Africa e dell’Asia, senza distinzioni di religione, di sesso o di razza. Tra le organizzazioni che si occupano di sviluppo, è una delle più grandi al mondo: c’è il settore della cultura, ma anche quello dell’educazione, dello sviluppo sociale e della sanità (gli ospedali dell’Aga Khan sono fra i migliori dell’Africa orientale), nonché un ramo per il sostegno delle iniziative di sviluppo private. Il filo conduttore è un estremo rispetto per le persone, la sfida a puntare sempre al massimo, a sfruttare le potenzialità dei talenti, creando condizioni di lavoro che stimolino la crescita personale di ogni singolo individuo e, di conseguenza, lo sviluppo in senso lato. L’aspetto che mi è piaciuto di più è l’assoluto radicamento nelle realtà locali, sia tramite il coinvolgimento delle comunità, sia attraverso la scelta del personale, che normalmente è tutto del luogo, coordinatori e dirigenti inclusi. A Zanzibar ero l’unica europea a lavorare nell’ufficio. Il mio manager era di Zanzibar, l’amministratore del Kenya e il coordinatore paese della Tanzania. Tutto il resto del personale era locale. Gli altri europei coinvolti erano il coordinatore progetto, che si trovava a Ginevra, e un consulente per la parte di restauro strutturale che passava un paio di mesi con noi ogni tanto. Impiegando personale locale è molto più facile capire le esigenze e riuscire a rispondere adeguatamente. In più, le competenze acquisite rimangono nel Paese e alimentano una crescita effettiva. L’altra caratteristica notevole è la durata dei progetti. La presenza dell’Aga Khan a Zanizibar è durata dal 1991 al 2007: l’ufficio è stato appena chiuso perchè non aveva più il pieno appoggio del governo, ma è evidente che in 16 anni di supporto continuo ha potuto cercare di affrontare i problemi alla radice – non di trovare soluzioni veloci per spendere un po’ di soldi.

5. Puoi spiegarci come era articolata l’iniziativa in cui sei stata direttamente coinvolta?

Il programma a cui ho lavorato, il “Community-based Rehabilitation Programme”, iniziato nel 1998 e concluso nel 2005, era piuttosto complesso e cercava di affrontare il problema della conservazione della città sotto molteplici aspetti. La parte di restauro degli edifici era solo la punta dell’iceberg: l’intervento si articolava a vari livelli, da quello istituzionale a quello dei semplici cittadini. Le diverse componenti del progetto, oltre alla mera ristrutturazione di alcuni edifici per abitazione di proprietà pubblica, riguardavano: la formazione di personale specializzato in interventi di conservazione; la sensibilizzazione della popolazione sul tema della conservazione e sul valore da dare alla città storica; la sensibilizzazione degli amministratori locali sull’importanza della conservazione del patrimonio culturale; il sostegno alle istituzioni governative che si occupano della conservazione della città; la ridefinizione dei contratti di locazione (il 50% degli edifici sono di proprietà pubblica, utilizzati come case popolari e abitati dalla parte più povera della popolazione); il sostegno per l’istituzione di un sistema di database per poter conoscere gli edifici, controllare i contratti di affitto, monitorare le entrate; la creazione di comitati di affittuari per gestire la situazione sociale degli edifici (ogni edificio era abitato da un minimo di tre a un massimo di venti famiglie, con ogni stanza dell’edificio occupata, in media, da una famiglia); la creazione di un centro dove sia i tecnici sia i semplici cittadini potessero acquisire tutte le informazioni sulla conservazione e sui problemi degli edifici, inclusi quelli di proprietà; e per ultima – ma importantissima sotto l’aspetto della sostenibilità – la creazione di una ONG locale (Zanzibar Stone Town Heritage Society) con il compito di gestire il programma alla fine della fase di finanziamento.

6. Un intervento mirato a rivitalizzare il patrimonio culturale dei Paesi in Via di Sviluppo riceve la stessa considerazione – in termini di concessione di fondi, risorse umane e strumenti tecnici – di progetti come la costruzione di un ospedale, l’impianto di un sistema d’irrigazione o la difesa dal rischio idrogeologico?

In linea di massima si rischia di incappare nel pregiudizio che la conservazione sia un lusso che paesi in via di sviluppo non si possono permettere. E’ relativamente costosa e si ha sempre l’impressione che non possa apportare gli stessi benefici – che so – di un progetto di water-san. Pur non condividendo una visione così riduttiva, finora ho visto pochissime iniziative indirizzate concretamente al patrimonio culturale tangibile. Anche per la stessa Stone Town, negli ultimi venti anni gli unici progetti di recupero sono stati quelli dell’AKTC, di SIDA, della cooperazione tedesca (in minima parte), della cooperazione italiana, con un piccolissimo contributo. E dire che nella città gli edifici continuano a crollare: sono passati da una media di dieci all’anno negli anni ‘90, agli attuali tre all’anno, ma nessuno sembra proccuparsene. In Africa Orientale esistono tantissimi siti archeologici completamente abbandonati, alcuni anche inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Penso a Kilwa, sulla costa sud della Tanzania: è nella lista dei siti in pericolo e in questo momento un progetto francese sta cercando di evitare che le rovine vengano cancellate. Una goccia nel mare, per un posto che ha veramente tanto da dire. Soprattutto considerando quanto poco si sa della storia africana e quanto poco è rimasto del patrimonio tangibile. Si rischia di convincersi che la maggior parte delle opere da tutelare si trovi nel mondo occidentale: invece, semplicemente, nel resto del mondo il patrimonio culturale non è conosciuto e protetto.

7. Ritieni che esistano iniziative di Cooperazione più adatte a valorizzare il contributo degli architetti?

Chiunque lavori nella cooperazione sa che deve adattarsi a essere un po’ di tutto. Per quanto riguarda le costruzioni, economia, funzionalità e praticità prevalgono, senza considerare che i materiali locali sono spesso molto limitati. Soprattutto in Italia, le organizzazioni non governative che lavorano con persone dotate di competenze specifiche sono poche. C’è sempre spazio per l’apporto degli architetti, ma spesso si realizzano solo scatoloni con un tetto. Dal mio punto di vista, ritengo che la nostra “marcia in più”, rispetto ad altri professionisti, sia l’abilità nel risolvere i problemi utilizzando le risorse effettivamente disponibili. È ovvio che il ragionamento deve essere esteso a un ambito più ampio di quello architettonico. Il ciclo del progetto è connaturato all’essenza dell’architetto. I progetti di cooperazione non sono tanto dissimili, solo che… il risultato non è un edificio! Del resto, come mi ha fatto notare un amico qui a Nairobi, non siamo proprio architetti, siamo archi-tutto!

8. In base alle esperienze condotte finora, c’è comunque un settore della Cooperazione che ti attrae di più?

Non posso ancora dire di avere scelto un settore in particolare. Per ora sto cercando di sondare il terreno e di acquisire esperienza, perché i posti disponibili per gli architetti nella cooperazione allo sviluppo sono pochi e richiedono sempre lunga esperienza in cantiere (in media, minimo cinque anni). Finora tutto quello che ho fatto mi è piaciuto tantissimo. Mi sono occupata di restauro e valutazione di progetti di sostegno istituzionale, mentre in questo momento sono a Nairobi con una ONG italiana che lavora nelle baraccopoli. Sto supervisionando la costruzione di un ospedale e coordinando due progetti di sostegno sociale, uno per bambini orfani, uno per famiglie con disabili, oltre a tutta una serie di attività a corollario: scrittura, coordinamento e rapporto sui progetti, gestione dei budget etc. Spesso sento di non fare proprio il lavoro dell’architetto… ma mi piace lo stesso, anzi, anche di più.

9. I tuoi colleghi interessati ad avvicinarsi al mondo della Cooperazione, quale percorso dovrebbero seguire? Esiste il rischio di trovarsi coinvolti in progetti gestiti con fini non (solo) umanitari?

Ho fiducia nella sensibilità delle persone: se un progetto non persegue solo fini umanitari, penso sia semplice rendersene conto e regolarsi di conseguenza. Come ci si avvicina al mondo della cooperazione? Cercando di costruire un curriculum che risponda al profilo del cooperante. Imparando le lingue. Studiando. Facendo esperienze. Da subito. L’aspetto che più danneggia la cooperazione è la mancanza di professionalità, anche se vedo che le cose stanno rapidamente cambiando, soprattutto nei Paesi dell’Europa del Nord. Si devono seguire corsi specifici, perché non ci si improvvisa cooperanti dalla mattina alla sera e non è così scontato che “fare qualcosa sia meglio che fare nulla”. Anzi, spesso si commettono errori di valutazione perchè non si conosce bene il contesto in cui si opera e non si hanno gli strumenti o l’esperienza per valutarlo. Mi viene in mente un aneddoto ascoltato da un professore durante il master. Si trattava della costruzione di un pozzo: il più vicino era a 5 km, per cui si decise di trivellarne uno all’interno del villaggio. Beh, questo semplice gesto privò le donne del pretesto per il loro unico momento di libertà della giornata.

10.Nei paesi terzi, hai mai riscontrato forme di discriminazione o semplice diffidenza – da parte delle popolazioni locali, ma anche dei coordinatori delle ONG – verso le cooperanti?

Intendi problemi di genere? No, mai successo. Al contrario, essere donna può aprire tante porte. Per esempio, al mio posto, un uomo a Zanzibar avrebbe avuto molti più problemi a entrare nelle case, regno delle donne; io ero libera di farlo e, allo stesso tempo, essendo bianca, mi veniva automaticamente riconosciuto uno status sociale particolare, che mi permetteva di partecipare del mondo degli uomini. Sul lavoro non mi sono mai sentita discriminata. Mi sono state date opportunità che mai avrei sognato di ricevere in Italia. Forse, sento più il peso della mia età, che del fatto di essere donna.

11.Raccontaci la più recente esperienza “sul campo” che ti ha ripagato delle energie investite finora nella Cooperazione allo Sviluppo.

Operare sul campo è la componente che preferisco, anche se comporta delle rinunce. Il sacrificio più difficile è restare lontano dai miei amici e dalla mia famiglia, e vedere che i legami si assottigliano sempre di più. In compenso, però, si incontrano persone straordinarie, che hanno scelto il tuo stesso tipo di vita, vedono il mondo intero come loro casa, parlano con disinvoltura tre o quattro lingue, hanno vite piene, non si pongono limiti e non hanno avuto paura di mettere tutto in discussione. Proprio perché questo lavoro che ho scelto di fare mi rende così felice, ogni giorno, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni piccolo traguardo mi ripagano. Soprattutto quando si riesce a realizzare qualcosa che migliora davvero la vita delle persone.

Forse la cosa che mi ha fatto commuovere di più ultimamente sono le lettere di ringraziamento di alcuni ragazzi che abbiamo supportato per consentirgli di continuare gli studi fino alle scuole superiori. Calore puro.

 


Per maggiori informazioni sulla realtà di Stone Town e di altre aree di intervento dell’AKTC, si può consultare il sito www.archnet.org (sviluppato in collaborazione con il MIT).

Un altro aspetto notevole della Rete Aga Khan, infatti, è la diffusione delle informazioni acquisite, la condivisione dei risultati raggiunti, la collaborazione con gli studenti e con il mondo accademico.

Nella “Biblioteca digitale” di ArchNet http://archnet.org/library/documents, chi è interessato all’approfondimento può effettuare il download delle seguenti pubblicazioni:

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