La condivisione del fare: il progetto tra solidarietà e incontro di culture

intervista a Chiara Rigotti, architetto da Torino a Burkina Faso

Dopo la Laurea in Architettura al Politecnico di Torino e  l’Esame di Stato per l’Abilitazione Professionale, dal 2000 al 2005 è impegnata prima come volontaria nella sede di ASF ESPAÑA a Barcellona e poi, in qualità di responsabile, in un programma integrato di sviluppo rurale e locale (costruzione partecipata di infrastrutture basiche in Burkina Faso).

Nel 2006 è assistente del direttore dei lavori per la ristrutturazione dei saloni della Fondazione CRT a Torino e contribuisce alla fondazione della sede piemontese di ASF (Architettura Senza Frontiere) ONLUS. Dal 2007 al 2008, cura per ASF ESPAÑA (Architetti Senza Frontiere Spagna) un progetto di cooperazione e sviluppo rurale, nella regione di Bobo-dsso, Burkina Faso (costruzione partecipata di scuole, sistemi sanitari, pozzi e energia fotovoltaica). Sempre nel 2008 – anno in cui consegue anche il Master in Ingegneria dello Sviluppo Rurale (UOC, Barcellona) – fonda a Torino l’Associazione di interculturalità e solidarietà Katouma, e collabora con “Il Giornale dell’Architettura” (numero di maggio 2008), per la redazione dell’inchiesta sulla Cooperazione in Africa.

 

Quanto c’è di “architettonico” negli interventi per lo sviluppo portati avanti a favore delle popolazioni più povere del pianeta?

Secondo Chiara Rigotti, cooperante e membro di Architettura Senza Frontiere Onlus, la dimensione creativa interessa anche le declinazioni meno convenzionali della professione. In più, nella Cooperazione possono innescarsi processi virtuosi per il trasferimento di conoscenze tecniche e scambi culturali, da e verso gli abitanti delle aree interessate. “Un esempio sono i cantieri-scuola creati nell’ambito dei progetti di ASF: servono all’intercambio… sono momenti di formazione e conoscenza”.

Intervista

1. Perché la cooperazione ha bisogno di architetti?

Ogni cantiere e ogni progetto sono diversi e hanno bisogno di uno studio multidisciplinare per poter rispondere alle esigenze del contesto. L’architetto è una figura polivalente…

2. Esistono differenze di approccio tra il progetto di architettura “tradizionale” e le iniziative di cooperazione che coinvolgono architetti?

Non sempre, nel senso che esistono analogie sostanziali. Un progetto di architettura tradizionale, proprio come l’intervento di cooperazione portato avanti da una ONG, non nasce da una testa soltanto, ma é il frutto del lavoro di una equipe di professionisti, che, rispettando le esigenze del cliente e del contesto, accettano la sfida di rispondere a obiettivi ben precisi, sul piano funzionale, formale e del confort. D’altra parte, un architetto chiamato a collaborare con Architetti senza frontiere, Architettura senza Frontiere o altre ONG di tecnici, diventa autore e responsabile del progetto di cooperazione. Anzi, si può dire che in tal caso i suoi compiti variano e aumentano rispetto ai “soliti” percorsi: infatti – soprattutto nelle zone rurali – l’architetto cooperante non risponde della sola componente architettonica tout court, ma deve anche svolgere i ruoli di project manager e costruttore, organizzare la partecipazione dei beneficiari (indispensabile alla riuscita del progetto), scegliere le tecnologie appropriate al contesto, riattivare le economie locali, trasmettere tecnologie e impararne altre, investire il minimo di risorse senza rinunciare a infrastrutture durabili. È inoltre chiamato a svolgere le attività politiche necessarie affinché il progetto venga accettato dalla comunità, intrecciando relazioni con le autorità amministrative e tradizionali, che di frequente sono in conflitto tra loro. Tutto questo, spesso da solo di fronte alla comunitá locale. In seno al gruppo di Architettura senza Frontiere che fa riferimento alla sede regionale del Piemonte, nata nel 2006, abbiamo denominato “ARCHITUTTO” (la definizione è stata coniata da Chiara Mossetti, durante una riunione interna) l’architetto responsabile di un progetto di cooperazione, perché, come ha scritto Minervini (“Il Giornale dell’Architettura”, numero di maggio 2008, Allemandi Editore), deve essere architetto, ingegnere, idraulico, mastro costruttore ma anche sociologo, antropologo, psicologo e soprattutto, molto paziente e disponibile agli imprevisti.

3. Per molti, architettura = arte = creatività. Credi che una scelta come la tua, di rottura rispetto ai percorsi standard incoraggiati dall’Università, metta in crisi questa equazione, che spesso sfocia nel luogo comune dell’architetto astratto dalle problematiche reali, dipendente da altri tecnici per le questioni pratiche e legato a stereotipi di eccentricità? Oppure ritieni che in qualche modo ogni progettista possa ritagliarsi spazi creativi anche nell’ambito di iniziative in cui fattori come estetica, apparenza, comunicazione, perdono quasi di significato?

Credo che in Italia il ruolo dell’architetto-cooperante sia ancora mitizzato e sconosciuto, tanto che, quando torno a casa dopo una missione, la gente si stupisce della mia “bontà”! Nonostante abbia obiettivi diversi, il mio è un lavoro creativo, funzionale, tecnico, sociale e politico, esattamente come quello dell’architetto tradizionale. In Spagna o in Francia, dove Architetti senza Frontiere (ASF) esiste da quasi venti anni, già all’Università la cooperazione è vista come una delle scelte possibili tra le tante offerte dalla professione. Certo, se parliamo degli architetti-star, che sono la minoranza, allora il discorso cambia… Ma un architetto è un creatore sempre, realizzando una scuola in un piccolo villaggio o costruendo un grande edificio amministrativo in una capitale.

4. In che cosa si trasforma l’impronta dell’architetto, quando la dimensione creativa è estesa al lavoro di gruppo – spesso eterogeneo e interdisciplinare – e le finalità del progetto sono essenzialmente la solidarietà e il contributo alla crescita di popolazioni in difficoltà?

Credo che un architetto abbia spesso finalità più o meno necessarie e solidali. Pensiamo ai grandi architetti italiani del dopoguerra, che si confrontarono con un paese da rimettere in piedi, o agli architetti della ricostruzione post-terremoto negli anni ’80: in fondo, erano già architetti-cooperanti che non rinunciarono all’arte e alla creatività. Per questo dico che il mestiere dell’architetto cooperante è mitizzato. Partire per una missione in Africa, in India, implica una capacità di adattamento e di rispetto verso le tradizioni locali, che in ogni caso credo sia una delle caratteristiche peculiari dell’architetto.

Il ruolo dell’architetto si inserisce nella politiche sociali e amministrative della comunità in cui lavora. Affinché un transfer di tecnologie tra due società avvenga, il processo di trasferimento deve svolgersi all’interno delle politiche comunitarie locali. Un esempio sono i cantieri-scuola creati nell’ambito dei progetti di ASF: servono all’intercambio di conoscenze e nozioni, in maniera orizzontale, tra maestro e apprendista; sono momenti di formazione e conoscenza. Nei cantieri-scuola ho imparato a costruire una volta nubiana, poi appoggiata su una struttura di cemento armato, i cui ferri sono stati sollevati con l’aiuto di tutti gli abitanti del quartiere centrale di Samandeni!

5. Puoi riassumere i passaggi salienti della tua esperienza in Burkina Faso, raccontando quali ostacoli, burocratici e non solo, hai dovuto eventualmente superare?

Nel 2000, a Barcellona, mentre lavoravo presso rinomati studi di architettura, ho cominciato a partecipare al gruppo degli Architetti senza Frontiere, che si incontravano due sere alla settimana. Ebbi la fortuna di arrivare quando gli architetti piú esperti si preparavano alla missione di fattibilità in Africa dell’Ovest, e potei assistere alle fasi preparatorie e di diagnosi, restando nel progetto fino all’evoluzione, cinque anni dopo.

Li aiutammo a preparare la missione, li sostenemmo via e-mail quando si ritrovarono lontani da tutto. Cominciammo a preparare i progetti necessari, e gli esperti ci raccomandarono di tornare alla semplicità del fare architettura, di usare materiali locali, di studiarli e scegliere le tecnologie appropriate. In seguito, tre di noi partirono per la prima fase di sette mesi.

Per cinque anni ho passato le giornate nei villaggi, lavorando nei cantieri-scuola per IMPARARE-FACENDO: noi da loro, prima di tutto, sulla terra, la pietra cruda, le devastazioni del clima, l’importanza dell’orientazione e dello studio climatico; loro da noi, sulla ricerca e la voglia di sapere, la tecnologia del cemento armato nascosta e del ferro cemento, la forza dell’arco e delle volte, le proiezioni ortogonali e le proporzioni del disegno, su come si gestisce un cantiere. Abbiamo costruito un po’ di tutto: scuole, centri artistici e di produzione agro alimentare, biblioteche, case, pozzi e dighe.

6. Qual è la percezione del mondo occidentale che hanno le popolazioni con cui ti trovi a contatto? Avverti ostilità o curiosità verso le tecniche e gli strumenti che adoperate?

Ho sempre evitato di adoperare materiali da costruzione importati a prezzi altissimi, optando per i materiali locali, che sono generatori di importanti entrate nei villaggi, valorizzano savoir faire tradizionali, rendono degno il lavoro dell’artigiano e danno un mestiere ai giovani, che si sentono esclusi dalla modernità.

Nei villaggi, tuttavia, i materiali locali rappresentano la povertà, mentre il cemento è visto come simbolo del moderno; così abbiamo cominciato a mischiare le tecnologie, a usare volte di ferro cemento su muri di pietra cruda o volte nubiane su portali di cemento armato. Creando nuove forme per valorizzare i materiali e le produzioni locali.

Non sai quante volte mi dicevano “ah, ma così faceva mio nonno!“… e poi lo riproducevano nelle loro case, perché, anche se era un elemento tradizionale, aveva acquisito un nuovo aspetto, meticcio, seducente. Per assicurare la trasmissione delle tecnologie utilizzate é importante che queste si intreccino al potere socio-culturale tradizionale e moderno: in questo senso, i cantieri-scuola ci hanno consentito di sentirci a nostro agio senza gerarchie.

7. Come si entra a far parte delle associazioni impegnate nella cooperazione internazionale?

Unendosi ai gruppi di lavoro delle ONG o ONLUS o associazioni private nelle varie cittá. È un lavoro volontario, incostante, ma che deve tendere ad autodisciplinarsi, per trovare momenti di incontro. I gruppi di lavoro scrivono il progetto, che viene presentato dall’ONG, la quale poi cerca il personale adatto per la missione. Durante tutta la realizzazione e la permanenza sul posto, il gruppo di lavoro sostiene l’espatriato svolgendo ricerche su Internet e dando visibilità al lavoro, attraverso tutte le vie di comunicazioni possibili (info cartacee e digitali). Questa fase é importante per sostenere gli obiettivi del progetto, per realizzare interventi flessibili, valutati durante il processo, che diano la parola a ognuno grazie alle nuove tecnologie. Sfruttando il vantaggio della comunicazione continua tra luoghi di intervento e sede, i Progetti devono riuscire a non creare dipendenza e ad ascoltare la domanda, prima di dettare risposte.

8. Aderire risulta indispensabile, o ci sono possibilità di agire “autonomamente” nei Paesi in via di sviluppo, proponendosi sul luogo come tecnici disposti a cooperare?

Sul posto ci si può proporre di persona per concorsi o bandi, inviando il CV. Le ONG sul territorio sono in relazione tra loro, per cui è facile venire a sapere se esistono possibili occasioni di lavoro. Studiando il luogo e vivendolo, si possono individuare progetti di cooperazione, ma bisogna verificare sempre che la controparte locale sia solida e riconosciuta, e che i progetti in questione siano accettati dalle autorità locali e integrati in piani di sviluppo municipale.

9. Quanto e come si guadagna lavorando nella cooperazione? Con quale tipologia di contratto vengono reclutati gli architetti-cooperanti?

Sono contratti a progetto, con salari a griglia secondo l’esperienza e il ruolo occupato. Ogni paese ha le sue norme, non esiste un regolamento uniforme, anche se la tendenza è quella di avere tecnici giovani per pagarli poco.

10. Nei periodi in cui non sei in trasferta, come indirizzi la tua attività professionale?

Cercando di sopravvivere con i sussidi post-progetto e andando a caccia di nuovi posti, principalmente attraverso il Web. Adesso, per esempio, ho finito il periodo di sussidio e comincio a lavorare, sempre in Burkina Faso, con un contratto di dodici mesi per un altro progetto di FISA BURKINA, una fondazione di sintesi architettonica, per la ricerca sui materiali locali e costruzione di un habitat sociale dinamico. Questo non mi impedisce, grazie a Internet, di portare avanti la collaborazione con ASF Piemonte.

11. Il tuo gruppo (la sezione piemontese di Architettura Senza Frontiere Onlus, ndr) è coinvolto anche in attività sul territorio nazionale (periferie difficili, situazioni di degrado ambientale e sociale, etc.)?

Sono due anni che ci proponiamo di interagire con la vasta gamma di organismi operanti da diverso tempo sul territorio. In Piemonte esiste una diffusa serie di attività di cooperazione e scambio soprattutto con il Sahel. La cooperazione decentrata, è molto attiva anche se non dispone di grandi fondi e deve sempre ricorrere a bandi pubblici, poco frequenti. Torino ha una lunga tradizione di pratiche di urbanismo sociale e partecipativo, quello che ASF chiama Cooperazione Locale. Molte circoscrizioni sono dinamiche e integrate nei quartieri, soprattutto periferici, mentre nel centro tutto cambia piú velocemente. Esistono luoghi di incontro a San Salvario, Santa Rita, alle Vallette, Mirafiori Nord e Sud, via Artom. Molto lavoro è già stato fatto, ma si deve continuare, perché i problemi si generano di volta in volta, cambiano, evolvono: più forte e dinamica è la rete di organismi attivi in maniera trasversale e trasparente all’interno del medesimo contesto specifico, maggiore è la possibilità di mitigare i rischi di conflitto sociale e territoriale, e di evitare disastri ambientali.

12. La vostra attività ruota intorno a termini quali sostenibilità, partecipazione, conservazione, insegnamento, che creano punti di contatto tra architettura e altre discipline. Questo comporta uno sforzo da parte degli architetti dell’Associazione per ricoprire tutti i ruoli richiesti dalle varie fasi, oppure implica da parte vostra la ricerca di figure qualificate che di volta in volta partecipino alle singole iniziative?

Credo che ognuno in seno al gruppo debba trovare la sua funzione, scoprire la maniera in cui risulta essere piú utile. Spesso ci si sorprende di proprie qualità nascoste, realizzando compiti nuovi, di comunicazione, per esempio. Le strategie di comunicazione sono finalizzate a far conoscere i lavori delle Ong: spesso servono solo come slogan per trovare altri fondi.

13. Come reclutate nuovi membri dell’Associazione?

Partecipando a lezioni all’Università o a conferenze, oppure organizzando serate di incontro su temi ben precisi, raccogliendo fondi per progetti identificati. Comunicando, raccontando, presentando, scambiando opinioni, conoscenze e sensazioni.

14. Consiglieresti ad altri laureati in architettura di dedicarsi alla cooperazione? Elenca tre requisiti imprescindibili (conoscenza delle lingue a parte)…

Pazienza. Capacità di ascoltare. Capacità di assimilarsi al gruppo.

15. La più grande soddisfazione che questo lavoro ti ha dato finora?

Ancora adesso non riesco elencare tutte le cose che ho imparato e vissuto nei villaggi, ma posso vederne i frutti: piú di venti edifici sparsi nella savana che, pur riprendendo spesso modelli uguali, sono tutti diversi e caratterizzati ogni volta dalla personalità del villaggio, che ha sempre partecipato alla costruzione. Ho conosciuto personaggi molto interessanti, con anni di esperienza sul territorio, ho incontrato venti capi villaggio, autorità tradizionali che sono tuttora degli ascoltati consiglieri. Ma ancora mi resta da imparare…

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