Il senso dello spazio: architettura ed effetti speciali

intervista a Gaia Bussolati

Gaia Bussolati, nata a Torino nel 1972, si laurea presso il Politecnico di Torino, con votazione 110/110, lode e menzione speciale di pubblicazione, con una tesi dal titolo “Illusione e meraviglia, l’irreale progettabile” (relatore prof. G. Comollo, in collaborazione con il prof A. Ronchetta).

Durante gli anni di facoltà lavora presso studi di architettura e design, e realizza modelli tridimensionali per uno studio di ingegneria. Frequenta 12 mesi di corsi presso la Facoltà di Architettura di Hannover, in Germania, aderendo al progetto Erasmus. Nel 1997 scopre il mondo dei computer e inizia a lavorare come tutor di informatica presso la Biblioteca Multimediale della Fondazione Eni Enrico Mattei. Nel 2000 lavora come aiuto scenografo per il film “Ogni lasciato e’ perso”, di Piero Chiambretti, dove entra in contatto con gli effetti visivi.

Nel 2001 fa uno stage di un mese presso la EDI Effetti Digitali Italiani, dove tuttora lavora. Tra i progetti più significativi, le pubblicità: Mueller “delight”, Philadelphia (la fatina nel frigo), Autostrade, Kinder “Happyfania”, Alpha 159, Telecom Alice, Volkswagen Passat “coincidenze”, Morellato “the change uomo”, Togo. Ha realizzato gli effetti per i videoclip di Simona Bencini “Tempesta” e Casino Royale “Prova”.

Per il cinema ha lavorato a: “Casomai” e “La febbre”, di A. D’alatri, “Occhi di cristallo” di E. Puglielli, “La cura del gorilla” di C. Sigon, “Primo Carnera” di R. Martinelli.

 

Intervista

C’è davvero differenza tra chi progetta le città del futuro e chi tratteggia scenari virtuali ma fedeli nei dettagli alla realtà? Cerchiamo di capire se il mondo degli effetti speciali è un ambiente accogliente per architetti allergici agli stereotipi, scambiando quattro chiacchiere con Gaia Bussolati, che, terminati gli studi, ha pensato “ci potesse essere qualcosa di più divertente da fare, applicato all’architettura”. Oggi lavora in un’importante società milanese che si occupa di effetti visivi digitali per il cinema, la televisione e la pubblicità, ma non rinnega la sua formazione, che le ha fatto guadagnare una “percezione dello spazio più rigorosa”.

1. Come sei entrata in contatto con EDI (Effetti Digitali Italiani), la società con cui collabori?

Attraverso un incontro casuale al Future Film Festival di Bologna.

2. Avevi già esperienze lavorative e conoscenze informatiche specifiche?

Non avevo ancora dimestichezza con tecnologie tipo 3D Studio Max o Maya, per intenderci. All’epoca semplicemente volevo dedicare la mia tesi all’architettura digitale: in realtà, l’ho completata quattro anni dopo, incentrandola sul tema della progettazione di spazi irrealizzabili o irreali – rappresentabili attraverso i mezzi di simulazione (per esempio la realtà virtuale) – e basandomi ampiamente sul lavoro che nel frattempo avevo svolto all’interno della società.

3. Sei utente di Second Life o di altre piattaforme del cosiddetto metaverso?

Non faccio parte di Second Life per un motivo molto banale… perché quando le visito rimango un po’ delusa. Ho letto il cyberpunk, all’epoca di Snow Crash – il romanzo che ha reso popolari termini come “avatar”: quando mi sono ritrovata ad affacciarmi su ciò che Stephenson [l’autore del libro, ndr] aveva anticipato, l’ho trovato terribilmente retrò…non all’altezza delle mie aspettative.

4. I mondi virtuali vanno considerati soltanto spazi per sperimentare soluzioni, o possono diventare luoghi in cui svolgere funzioni reali? Assisteremo alla trasposizione del sito Web delle Poste in una rappresentazione 3D dell’ufficio postale o alla realizzazione di uno sportello che non è più semplicemente la pagina web del Comune, ma un’area tridimensionale interattiva con l’aspetto del tipico ufficio?

Penso che il momento di sperimentazione sia passato, con tutta una serie di siti molto particolari in cui veramente si analizzavano i meccanismi di interazione dell’utente con soluzioni innovative. Adesso ritengo che siti di questo genere possano evolversi in un parallelo virtuale di ciò che è nel mondo reale, ma solo se esiste una volontà economica in grado di finanziarli e renderli il più possibile verosimili. Le Poste che tu citavi possono essere un esempio di luoghi utili in un’ottica di profitto, e a maggior ragione lo sono i negozi veri e propri. Stilisti come Armani o Dolce&Gabbana continueranno a usare la realtà virtuale sul Web come vetrina e probabilmente la renderanno sempre più simile alla realtà, con la possibilità di “entrare” nel negozio, girare e indossare modelli.

5. Questo potrebbe favorire l’apertura di un nuovo canale di lavoro per gli architetti, o comunque per chi si occupa di realtà virtuale, di design 3D? Esiste la possibilità che un giorno il committente chieda all’architetto il progetto del negozio virtuale?

Direi di sì. Nel mio piccolo ho sperimentato che, quando si tratta di costruire la realtà virtuale, in effetti l’occhio di un architetto è più utile di quello del programmatore o del web designer. Sicuramente può essere una cosa sensata affidare a un architetto la creazione di una vetrina o di uno spazio tridimensionale interattivo che – come accennavi tu – rispecchi esigenze anche funzionali.

6. Uno dei luoghi comuni che gli speciali di Architetti al Lavoro vogliono sfatare è quello dell’artista singolo, del creativo isolato, che ancora resiste nel campo dell’architettura. Quanto conta invece l’interazione tra competenze diverse, e come si impara a stare nel gruppo di lavoro?

Come accennavo prima, ho intrapreso un po’ per caso la mia prima vera esperienza di lavoro, che poi si è prolungata nel tempo. Ormai sono alla EDI da sei anni e mezzo: essendo cresciuta con la società, conosco tutti molto bene e ho un rapporto privilegiato con le cinque o sei persone che lavorano lì da più tempo. Con gli altri che si aggiungono di volta in volta, costruire i gruppi di lavoro diventa più faticoso, ma alla fine si trova sempre un modo per stabilire le giuste dinamiche interpersonali. Sicuramente, il fatto di provenire da esperienze e contesti completamente diversi – dalla laurea in Economia e commercio al DAMS, allo IED, etc. – aumenta le potenzialità del gruppo, perché ognuno è specializzato nelle proprie materie e impara tutte le altre.

7. Dal punto di vista tecnico, quali riferimenti possono facilitare l’ingresso di un laureato in architettura nel mondo del digitale? Ci sono software che bisogna assolutamente conoscere, oppure fonti da cui non si può prescindere per aggiornarsi?

È un ambiente in cui ognuno la pensa a modo proprio. Noi di EDI, ad esempio, lavoriamo con Linux e per il 3D usiamo un software proprietario della BUF Compagnie, che non ha un equivalente “commerciale”. In generale, comunque è utile imparare a usare Maya o 3D Studio, perché sono quelli più utilizzati, oppure Houdini, perché è sicuramente il più completo. Sottolineo però che secondo me studiare questi software senza un’applicazione pratica può rivelarsi controproducente: hanno caratteristiche tali che, se uno li abbandona per qualche mese, disimpara completamente a usarli. Non posso dire che si debba preferire un programma rispetto a un altro, perché è il campo di applicazione a determinare la scelta del software.

8. Nella tua esperienza e/o nei contatti con altri professionisti – in Italia ma anche all’estero – hai verificato che esistono percorsi didattici post-laurea in grado di fornire una preparazione solida nelle materie collegate al “digitale”?

Ho avuto l’occasione di collaborare con persone provenienti dal Virtual Reality* di Torino: è una scuola valida e forma figure molto flessibili, dinamiche, disposte anche a disimparare nozioni superate e a sostituirle rapidamente con altre. Una delle scuole migliori comunque e’ Supinfocom a Parigi, ma non è un postlaurea, dura 4 anni…. Sicuramente i corsi post-laurea possono essere utili per mettersi alla prova e cominciare a capire se si è predisposti per lavorare in un determinato settore.

9. Alla EDI come si selezionano i nuovi collaboratori? Utilizzate lo stage come periodo di prova per i ragazzi che stanno ancora studiando o c’è una pratica di assunzione diretta?

Abbiamo spesso degli stagisti, che in parte arrivano dallo IED di Milano: uno dei due soci, Francesco Grisi, per un po’ di tempo ha insegnato lì e quindi alcuni ragazzi si rivolgono alla società perché la conoscono già. La durata media dello stage è di un paio di mesi

10. Sul vostro sito sono segnalate alcune job opportunities, però focalizzate soprattutto sulla programmazione. Per le figure più legate all’ideazione di concetti spaziali, al design, è più difficile trovare un’offerta sul web?

È capitato nel momento in cui abbiamo ottenuto l’incarico di realizzare quel enorme progetto che è Primo Carnera (The walking mountain, regia di Renzo Martinelli) – film che uscirà tra poco: in quel caso abbiamo preso molti freelance, cercando gente che sapesse già fare compositing, perché si trattava fondamentalmente di creare spazi virtuali. Con un software proprietario, è più difficile trovare persone che imparino velocemente a usarlo. Alcune persone ingaggiate appositamente per l’integrazione degli sfondi creati virtualmente con le scene girate dal vero sono state confermate e si sono fermate da noi. Altre purtroppo no, per una questione meramente economica…

11. Quali sono i settori della “creatività digitale” (virtuale, 3D…), che offrono maggiori opportunità al momento, per le aziende, ma anche per chi voglia lavorare da dipendente?

Mi sembra che il web come prospettiva di lavoro sia un po’ tramontata in questi ultimi anni, mentre il filone delle realtà virtuali tipo Second Life, che citavamo prima, mi sembra più in salute. Il settore degli effetti speciali, anche se in Italia non attraversa una fase di particolare espansione, all’estero offre sicuramente grandissime opportunità.

12. In Italia quindi gli effetti speciali sono considerati quasi un fattore secondario…

Si tende più che altro a conteggiarli come la “cosa in più”: quando il budget è molto limitato, sono il primo costo che si taglia. Lo stesso discorso vale anche per la pubblicità: si fanno gli effetti se rimangono i soldi, altrimenti si cerca di riciclare qualcosa del passato. Insomma, un investimento negli effetti speciali come intervento creativo e primario, basilare per un mezzi di comunicazione come la pubblicità, i telefilm, o il cinema, in Italia sono pochissimi a farlo. Ci sono registi che ci credono particolarmente e lo considerano la base del loro lavoro, per cui costruiscono intorno all’effetto speciale la storia. Normalmente, avviene il contrario.

13. Verso quali Paesi converrebbe indirizzarsi?

In questo momento il centro del mondo degli effetti speciali è Londra. Naturalmente va considerata Los Angeles. Parigi ha la BUF Compagnie e altre società molto importanti, come anche l’Australia. La Nuova Zelanda, poi, rappresenta un caso a parte: la sua economia adesso è basata sulla Weta, una società incredibile, forse la più completa al mondo, creata per “Il Signore degli Anelli”. Il mercato orientale per noi occidentali è un po’ nascosto, però, a vedere i lavori che fanno…

14. Ti riferisci all’India e agli altri Paesi emergenti?

L’India, cioè Bollywood, ma anche la Corea, dove ci sono registi che riescono veramente a creare scene impressionanti, con effetti 3D e ricostruzioni di spazi virtuali.

15. Qual è il fattore che permette a un Paese di diventare un punto di riferimento nel campo degli effetti speciali?

Al di là della predisposizione delle persone, che senza dubbio incide, credo sia tutta una questione di investimenti economici. In America o a Londra chi lavora negli effetti speciali arriva a guadagnare 3 o 4 volte i compensi che si ottengono in Italia e, dato che su un film non lavorano 20, ma 20000 persone, alla fine i budget sono enormi. Alla base c’è la convinzione che più persone, più competenze e più soldi contribuiscono a ottenere un lavoro meglio riuscito.

16. Il mercato – consideriamolo internazionale – del “digitale” è abbastanza ricco da giustificare la nascita di nuove aziende? Ci sono spazi per chi decide di dare vita a una realtà che si occupi di architettura digitale o effetti speciali?

Sicuramente c’è spazio per piccole società, a patto però che riescano a individuare una nicchia di riferimento. Per esempio, so che qualche anno fa a Torino è nata una società che si è specializzata nelle pubblicità per la Ferrero, mentre ci sono anche quelli che realizzano solo sigle per MTV. Nel digitale per gli effetti del cinema, invece, non c’è così tanto spazio per una società – grande o piccola – che decida di entrare nel mercato, perché comunque in Italia le produzioni sono veramente poche.

17. La EDI ha clienti di altri Paesi?

In passato abbiamo lavorato con i polacchi, qualche volta con i russi e adesso stiamo realizzando la pubblicità della Sprite cinese.

18. Mi sembra di capire che la tua laurea in architettura sia stata un momento, ma che poi la tua professionalità si sia sviluppata indipendentemente…

Provengo da una famiglia di architetti e la scelta di intraprendere un percorso diverso è stato in parte casuale, in parte voluto: ho visto come funzionava il lavoro nello studio di mia zia e alla fine ho pensato che ci potesse essere qualcosa di più divertente da fare, applicato all’architettura. Ho scelto lo spettacolo perché indubbiamente lo trovo più creativo; inoltre, non mi interessava progettare case, non l’ho mai preso in considerazione. Ti racconto un episodio. Durante l’Erasmus in Germania ho seguito un workshop tenuto da un architetto danese: alla fine mi ha guardato con l’espressione seria e mi ha detto “…mah, secondo me, potresti andare a lavorare alla Disney, perché tutto sommato con l’architettura reale, quella con le fondamenta, tu non c’entri proprio niente…”.

19. Che capacità ritieni ti abbia comunque dato (o anche non dato) la tua formazione come architetto?

Credo di avere una percezione dello spazio più rigorosa. Nella creazione degli effetti speciali, quello che funziona, anche se non è corretto, di solito va bene… in questo senso noto la differenza tra un effetto realizzato da me, o, in generale, da una persona che ha studiato lo spazio e cerca di rappresentarlo nella maniera più corretta, e chi fa funzionare altri aspetti, magari importantissimi, che io non noto. In definitiva, c’è una grande differenza tra la forma mentis di un architetto e quella, per esempio, di un programmatore.

20. C’è un lavoro a cui tieni particolarmente che vuoi segnalare?

Sicuramente, il progetto a cui tutti noi della EDI abbiamo partecipato nel corso di questo ultimo anno: gli effetti digitali del film su Carnera. Io ho realizzato la scena iniziale e quella finale: la prima con vista da un dirigibile su uno stadio pieno di gente e l’altra con un transatlantico che si allontana. È stata una ricostruzione spaziale molto impegnativa, un modello tridimensionale faticosissimo, pieno di texture, di dettagli. Alla fine, l’aspetto più impegnativo è cercare di ottenere un risultato verosimile, perché una cosa è un render per uno studio di architettura, un’altra far pensare alla gente che si tratti di un “girato”. Un altro lavoro che mi fa piacere ricordare, perché ci sono molto affezionata, è la caffettiera de “La febbre” di Alessandro d’Alatri: c’è la macchina da presa che viene fuori dal beccuccio di una caffettiera da cui sta uscendo il caffé. Anche se si trattava di una scena brevissima, ha richiesto molta fatica e mi ha dato più soddisfazione perché l’ho realizzata tutta io.

 

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