"C'è qualcosa nell'aria di New York che rende inutile dormire" - scriveva Simone de Beauvoir nel gennaio del 1947. Era arrivata da pochi giorni e camminava per Manhattan guardandosi intorno, tra la curiosità e lo smarrimento: i grattacieli erano pareti di un canyon, le strade un paesaggio da decifrare, la folla una nuova forma di solitudine.
Solo due anni prima Jean-Paul Sartre aveva provato uno spaesamento simile. Nella geometria apparentemente elementare di Manhattan aveva scoperto un curioso paradosso: "a New York non ci si perde mai e, tuttavia, si è sempre perduti". Albert Camus, arrivato dall'Europa via mare nel 1946, ne avrebbe osservato, a sua volta, le luci, i grattacieli e il porto con lo stupore inquieto di chi assiste alla nascita di un mondo diverso dal proprio.
Quarant'anni più tardi, il sociologo francese Jean Baudrillard spingerà quell'intuizione ancora più avanti. "Per capire l'America - sosteneva - bisogna accettare di entrarvi come dentro una finzione". E nessuna città, più di New York, rappresenta la strana condizione di essere contemporaneamente in un luogo reale e in un luogo immaginato, una città che milioni di persone conoscono, anche se in realtà non vi sono mai state.
Ma per Isabel e Filippo, in un viaggio dal ritmo serratissimo, New York è solo una delle tante tappe, a cui seguiranno prima Boston e poi Toronto, diverse tra loro, ma unite da un filo rosso: sono città di immigrazione, università, commercio, scambio culturale, luoghi nei quali l'identità viene continuamente messa in discussione e ricostruita.
NEW YORK vive nel presente e nel futuro. È velocità, competizione, densità, spettacolo, contraddizione. La città sembra che voglia incitare continuamente alla realizzazione personale, come se tutto fosse guidato dall'individualismo, ma anche dalla spettacolarizzazione dei successi. BOSTON invece, salta quasi il presente, e crea un ponte solidissimo tra passato e futuro. È molto più piccola, raccolta, storicamente leggibile e specchio della genealogia degli Stati Uniti ma, allo stesso tempo, le università di fama mondiale - come Cambridge - guardano ossessivamente avanti, come ricordando che quello che sarà non può prescindere da quello che è stato.
C'è infine TORONTO che accoglie tutte le variabili che si presentano, mostrando un'altra forma di nord America, meno aggressiva nella propria autorappresentazione rispetto a New York, meno ossessionata di Boston per il proprio passato, costruendo un mosaico sempre più grande e variegato.
Ed ecco il racconto di queste nuove tappe del lungo viaggio di Isabel e Filippo che, lasciandosi alle spalle l'Europa per un po', sono pronti ad esplorare la massima espressione dell'immaginario occidentale.
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Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
New York vista dall'interno
"Cento volte ho pensato che New York fosse una catastrofe, e cinquanta volte: è una bellissima catastrofe". - scrisse Le Corbusier.
E, in effetti, la sensazione di un viaggiatore che arriva a New York per la prima volta è strana, perché prima di lui sono già arrivati i libri, il cinema, le fotografie, la musica, i racconti degli altri. Così, il viaggio nella città "che non dorme mai" comincia davvero nel momento in cui l'immaginato incontra la realtà, quando si alzano gli occhi verso i grattacieli, si scende con lo sguardo per entrare nella folla e si prova a capire quale idea di New York, fra tutte quelle possibili, si vuole fare propria.
L'arrivo di Isabel e Filippo è frenetico, gli occhi sono catturati dalle mille sfumature di Manhattan e il primo commento lasciato scritto sul diario di bordo è chiaro: "Preparati, New York - scrivono - questo è solo l'inizio!".

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Le giornate a New York sembrano volare. Il secondo giorno è dedicato alla visita dei quattro edifici del MANHATTANVILLE CAMPUS DELLA COLUMBIA UNIVERSITY, progettato dal Renzo Piano Building Workshop, che rivelano un'architettura aperta e permeabile, pensata per creare relazione tra università e quartiere, uniti dal colore arancione che diventa il filo conduttore che lega spazi e funzioni differenti. "Ciò che colpisce maggiormente - raccontano - è la straordinaria cura del dettaglio e la qualità dei materiali. Ogni elemento, dal corrimano alla maniglia, restituisce la sensazione di un'architettura profondamente pensata".

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Quest'anno il viaggio ha coinciso con una ricorrenza mondiale rilevante: l'11 settembre.
"L'atmosfera a New York era carica di tensione: erano passati 25 anni da quel giorno che ha segnato per sempre la città". Immancabile, allora, l'acquisto di una copia del New York Times che recita così: "REFLECTIONS ON 09/11".
Alla MORGAN LIBRARY & MUSEUM, la biblioteca originaria di Charles McKim dialoga con l'ampliamento del Renzo Piano Building Workshop, realizzato con Beyer Blinder Belle. Tra edifici appartenenti a epoche diverse, il nuovo intervento apre uno spazio luminoso e inatteso, quasi una pausa nel tessuto compatto della città.
Poco dopo, quelle pagine comprate al mattino conducono idealmente alla loro origine: il NEW YORK TIMES BUILDING, progettato da RPBW con FXFOWLE. Nell'atrio aperto alla città, le prime pagine storiche del quotidiano trasformano per un momento l'edificio in un archivio della memoria collettiva di New York.
Poi la città cambia ancora volto. Nel tardo pomeriggio il percorso arriva sull'Hudson, al WHITNEY MUSEUM OF AMERICAN ART, progettato da RPBW con Cooper Robertson. È venerdì, l'ingresso serale è gratuito e il museo è pieno di persone, dalle terrazze, arte, architettura, High Line e skyline iniziano quasi a confondersi.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Una tappa a Baltimora per la visita al nuovo edificio progettato da RPBW per lo SNF AGORA INSTITUTE DELLA JOHNS HOPKINS UNIVERSITY, dove colpisce immediatamente per l'uso del vetro.
"Ogni lato della struttura è trasparente - scrivono - catturando così la massima quantità di luce possibile per gli uffici e le aree comuni".
L'edificio è infatti concepito come un volume leggero e trasparente, quasi "sospeso", che libera il piano terra trasformandolo in uno spazio pubblico aperto verso la città e il campus. Trasparenza, luce e permeabilità diventano quindi espressione della missione dell'istituto: ridurre la distanza tra università e comunità e creare spazi, formali e informali, in cui ricerca e confronto pubblico possano incontrarsi.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
E poi le ultime ore a New York non possono non includere quel gioiello che è il MUSEO GUGGENHEIM, quello "ziggurat rovesciato" (così definito dallo stesso Wright), un giro a Central Park, dove il verde si mescola ai grattacieli, l'immancabile passeggiata lungo l'High Line, uno sguardo a THE SHED, celebre edificio cinetico di Diller Scofidio e poi via.. è ora di dare l'ultimo saluto a New York.
Dal diario di bordo: "Non so se fosse Vivian Gornick a dire che, dopo aver camminato per ore e ore per le strade di New York, non poteva fare altro che amare l'essere umano. E sono d'accordo: dopo questi giorni a New York, amo l'essere umano. Qui lo vedi in tutte le situazioni possibili, impegnato in ogni genere di azione, lungo l'intero spettro dell'esistenza: dal più folle al più assennato. Persone provenienti da ogni parte del mondo che, semplicemente, fanno ciò che fanno. Faccio fatica a rendermi conto che ci siano davvero persone che vivono in questa città. Ed è una cosa che mi affascina. Fran Lebowitz diceva che vivere a New York è difficile, che non dovresti aspettarti nemmeno di riuscire a comprare della frutta: entri in un negozio pensando di acquistare un semplice grappolo d'uva e non ci riesci, perché quel negozio, in realtà, è un'opera lirica. E quanto è bello, no? Che i negozi di frutta possano essere opere liriche, che le opere liriche possano essere centri finanziari, che i centri finanziari possano essere circhi, che i circhi possano essere luoghi di preghiera, che i luoghi di preghiera possano essere musei e che i musei possano essere luoghi d'incontro o club techno. Semplicemente, luoghi in cui le persone fanno ciò che fanno".

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Boston come cerniera narrativa tra velocità e pluralità
Se il viaggio fosse uno spartito musicale, Boston rappresenterebbe sicuramente l'adagio. Camminarvi significa attraversare epoche diverse a pochi isolati di distanza, osservando come la città abbia scelto, nel tempo, di costruire il nuovo senza cancellare completamente ciò che c'era prima.
Un cambio di ritmo per Isabel e Filippo, occasione per riflettere sul tempo e su ciò che l'architettura decide di tramandare.
All'ISABELLA STEWART GARDNER MUSEUM, il palazzo in stile veneziano progettato da Willard T. Sears alla fine dell'Ottocento incontra la nuova ala di Renzo Piano Building Workshop, completata nel 2012.
Per i ragazzi è "a perfect friendship between Boston and Italy": vetro, mattoni, colori e vegetazione mettono in dialogo due epoche senza cercare di confonderle.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Il tema del dialogo con il passato prosegue all'HARVARD ART MUSEUMS, dove RPBW, in collaborazione con lo studio locale Payette, ha restaurato e ampliato lo storico Fogg Museum, originariamente progettato da Coolidge, Shepley, Bulfinch and Abbott.
A catturare l'attenzione dei ragazzi è l'idea del "museo che insegna", che entra nella vita dell'università, dove arte, ricerca e didattica si incontrano quotidianamente.
Qui, il confronto con la conservatrice Angela Chang e con Justin Lee, che ha lavorato al progetto per RPBW, ha permesso poi di scoprire quella complessità di competenze, decisioni e dettagli che normalmente rimane nascosta dietro l'opera completata e aperta al pubblico.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Silenzio: il capolavoro della Class of 1945 Library di Louis Kahn
Per incontrare Louis Kahn bisogna lasciare Boston e spingersi verso nord, fino a Exeter, nel New Hampshire.
Circa due ore di treno durante le quali, guardando fuori dal finestrino, gli edifici si diradano, il paesaggio si fa più verde e subentra la calma, come processo preparatorio verso ciò che si incontrerà una volta arrivati alla PHILLIPS EXETER ACADEMY LIBRARY, oggi conosciuta anche come Class of 1945 Library.
Dall'esterno appare rigorosa, quasi severa: una geometria razionale di mattoni, scandita con precisione. Ma entrando l'edificio cambia completamente carattere: il grande vuoto centrale, la luce e le aperture circolari scavano una dimensione monumentale e, allo stesso tempo, silenziosa.
Isabel e Filippo la definiscono con una sola parola: "mistica". E aggiungono: "È sorprendente come geometrie così semplici - il quadrato e il cerchio - riescano a generare una tale ricchezza e qualità dello spazio".

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Toronto città mosaico
Nella storia del Renzo Piano World Tour, è la prima volta che il viaggio fa tappa a Toronto, e questo significa non poter fare paragoni con le esperienze dei viaggiatori degli scorsi anni.
Toronto è una città difficile da ricondurre a un'unica immagine: è una metropoli costruita per stratificazioni, dove culture, linguaggi e modi diversi di abitare convivono senza confondersi. Una città-mosaico - appunto - che fonda la sua identità nella capacità di tenere insieme le differenze.
Dopo l'intensità di New York e la memoria di Boston, Toronto apre così un nuovo capitolo del viaggio.
La breve incursione canadese di Isabel e Filippo mette a confronto due modi molto diversi di intendere l'architettura della città. "All'ONTARIO COURT OF JUSTICE del Renzo Piano Building Workshop - scrivono i ragazzi - la sorpresa nasce dal contrasto tra ciò che ci si aspetta da un tribunale e ciò che l'edificio restituisce. Un luogo legato a momenti spesso complessi della vita delle persone diventa, attraverso l'architettura, luminoso, accessibile e quasi rassicurante".
La trasparenza accompagna lo sguardo dal piano terra fino ai livelli superiori, il giallo introduce una nota inattesa di energia e il grande atrio sembra proseguire naturalmente lo spazio della strada. "Anche fermandosi qualche minuto a osservare le persone - proseguono - la sensazione è quella di un edificio pubblico che, pur mantenendo la propria autorevolezza, riesce a rimanere a misura d'uomo".
A neanche un chilometro di distanza il TORONTO-DOMINION CENTRE offre una nuova sensazione percettiva.
"Entrarvi - raccontano - è quasi come finire, inaspettatamente, in un piccolo universo di Mies van der Rohe: il linguaggio del Seagram Building incontrato a New York sembra moltiplicarsi tra torri, padiglioni vetrati, pietra scura e sedie Barcelona. Dopo aver visto il Seagram originale pochi giorni prima, ritrovarne qui forme, proporzioni e dettagli produce uno strano déjà-vu architettonico. Quasi un "Seagram x4" nel cuore di Toronto, un luogo non troppo conosciuto e proprio per questo ancora più sorprendente!".

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Tirando le somme. New York e Toronto: affinità e contrasti
New York vs Toronto?
Se fossimo nel mondo del rap, il confronto potrebbe facilmente trasformarsi in una sfida a colpi di rime. Ma in conclusione - lasciando Boston per un momento fuori dal racconto - mettere queste due città una di fronte all'altra è un esercizio interessante: da lontano sembrano condividere molti degli stessi ingredienti - come la verticalità, tra skyline, torri, grandi infrastrutture, densità, waterfront - ma camminando a livello 0 iniziano a palesarsi tutte le differenze.
New York comprime, sovrappone, intensifica. La griglia tiene insieme edifici, strade, parchi e infrastrutture attraverso una struttura urbana tanto semplice quanto potente, sulla quale generazioni diverse di architetture continuano a riscrivere la città. Toronto sembra invece procedere per alternanze: alla densità del centro succedono tessuti più bassi, grandi assi, quartieri residenziali, infrastrutture e improvvise incisioni verdi.
E poi c'è l'acqua.
A New York è ovunque: circonda Manhattan e racconta da secoli il movimento della città, il porto, le partenze, gli arrivi, l'Atlantico e tutto ciò che esiste oltre. Eppure, stretti tra gli edifici, può capitare di camminare per ore dimenticandosi di essere su un'isola. A Toronto accade quasi il contrario. La città non è circondata dall'acqua, ma si apre sull'immensità del lago Ontario, che sembra avere la scala percettiva del mare e che costruisce davanti alla metropoli un orizzonte continuo.
Qui, probabilmente, sta una delle differenze sostanziali: a New York l'acqua è una porta che suggerisce movimento e partenza; a Toronto è un orizzonte, pone una distanza e invita a restare ed osservare.
E ora... rotta verso Chicago!
RENZO PIANO WORLD TOUR 2026
Il RPWT è un progetto promosso da Fondazione Renzo Piano con Fundación Botín, in collaborazione con ProViaggiArchitettura e professionearchitetto.it
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