È interessante osservare come - giunto alla sua ottava edizione - il Renzo Piano World Tour sia un format che, pur restando fedele a se stesso, continua a variare assetto, anno dopo anno: nel numero dei partecipanti, ad esempio, solo due quest'anno; nel giro proposto, Europa e Stati Uniti stavolta, con un passaggio in Canada; nelle architetture da visitare, storiche, moderne, contemporanee e in costruzione; nelle persone da incontrare lungo il viaggio.

Altre cose, invece, rimangono certezze invariabili: la sua durata - rigorosamente 40 giorni - la tappa iniziale - Parigi - e quella finale - a Punta Nave a Genova, nella sede del Renzo Piano Building Workshop.

Così come la natura profonda per cui questo progetto, reso possibile dalla Fondazione Piano, è nato nel 2017: dare la possibilità a giovani neolaureati particolarmente meritevoli di compiere un indimenticabile viaggio intorno al mondo alla scoperta di alcune delle migliori opere di architettura mai realizzate. Sì perché, lo sappiamo bene quanto viaggiare sia uno strumento potente in termini di consapevolezza e crescita, sia professionale che umana.

È verifica sul campo, confronto diretto con i grandi Maestri, con dimensioni, scale e materiali che nessun testo o immagine può restituire. Ma è anche il confronto con l'altro: culture, lingue, modi di abitare lo spazio. È il tempo in cui ci si forma, ci si mette alla prova, si impara a stupirsi ancora.

È importante per chiunque viaggiare, ma per gli architetti soprattutto. Niente può sostituire l'esperienza diretta dello spazio e l'uso dei cinque sensi. "Vedere il mondo, del resto, è più fantastico di qualsiasi sogno" diceva Ray Bradbury.

L'edizione 2026 del Renzo Piano World Tour ha il sostegno della Fundación Botín, la collaborazione di ProviaggiArchitettura, e la mediapartnership di professionearchitetto.

I vincitori del RPWT edizione 8: Isabel e Filippo

Quest'anno, la selezione si è concentrata sugli architetti - nati dopo il 1° gennaio 1996 e laureatisi a partire dal 1° gennaio 2023 - presso due sole istituzioni universitarie: l'Università degli Studi di Firenze, DIDA Dipartimento di Architettura e la Escuela Técnica Superior de Arquitectura, Universidad Politécnica de Madrid, Spagna.

Ad effettuare la selezione una giuria composta da tre docenti del Corpo Accademico delle due Università coinvolte, sulla base di quattro criteri: 40% Portfolio, 30% CV, 20% Competenze individuali, 10% Certificazioni di inglese.

A spuntarla, Isabel Córdoba Magalló, spagnola, classe 2000 e Filippo Innocenti, fiorentino doc, classe 1997.

Isabel Córdoba Magalló (ES) e Filippo Innocenti (IT)

Lei, giovanissima, iperdinamica e interessata non tanto ai singoli edifici, quanto alle modalità dell'abitare e ai cambiamenti della condizione umana contemporanea. Una ricerca più ampia la sua, che, oltre alla sfera progettuale, tocca diversi punti della pratica architettonica, inclusa l'idea stessa di viaggio: negli ultimi mesi, impegnata in una ricerca presso la Fondazione Calouste Gulbenkian su un gruppo di architetti che vi lavorarono negli anni Sessanta, Isabel ha infatti letto numerosi resoconti che descrivono nel dettaglio i loro itinerari, le persone incontrate, gli edifici visitati e il modo in cui tutto ciò ha successivamente influenzato i loro progetti. "La lettura di questi testi ha rafforzato la mia convinzione che la conoscenza architettonica si costruisca attraverso il movimento, l'osservazione e l'esperienza diretta." ha dichiarato. 

Lui, più riflessivo, più posato, più emotivo. Un giovane architetto, già impegnato nel mondo del lavoro, profondamente legato alle sue radici, alla sua terra, a quel modo tutto italiano - o forse toscano - di fare le cose per bene. Ma allo stesso tempo un entusiasta, un sognatore appassionato. Nella sua vita, Renzo Piano - così come Claudio Abbado - è stata una figura ricorrente, che ha accompagnato fasi e scelte cruciali, già prima dell'università. Che gli ha fatto capire il valore della bellezza e l'importanza di mettere sempre al centro le persone: perché l'architettura prende vita quando c'è la vita dentro.   In comune i due, hanno tre cose, anzi quattro: l'amore per il disegno, la netta preferenza per l'esperienza fisica piuttosto che digitale, la curiosità di scoprire nuove architetture e culture. E, per entrambi, sarà una prima volta in Nord America. 

Li abbiamo intervistati in vista della partenza imminente.

L'intervista

Il viaggio è alle porte. Iniziate col raccontarci qualcosa di più su di voi, i vostri studi, le vostre passioni

Isabel: Attualmente vivo a Lisbona, in Portogallo, dove lavoro presso la Fondazione Calouste Gulbenkian. Ho conseguito la laurea magistrale in Architettura presso la Scuola Tecnica Superiore di Architettura di Madrid (ETSAM), ricevendo una menzione d'onore per la mia tesi del 2024, *Stratigraphic Life*. Ho fatto esperienze a Parigi, workshop in Cina e in Giappone. Nutro un particolare interesse per le fasi iniziali del processo progettuale, quelle in cui prendono forma concetti e idee. Il mio approccio coniuga la sperimentazione pratica con la visualizzazione digitale e gli strumenti di progettazione 3D. Parallelamente alla pratica architettonica, mi dedico alla scrittura sull'architettura, alla teoria e all'arte, concentrandomi in particolare sul dibattito critico e sui progetti basati sulla ricerca.

Filippo: io mi sono laureato solo un anno fa, perché purtroppo, come tanti, ho perso tempo nel biennio della pandemia. Ho lavorato per un po' per uno studio austriaco con sede anche in Italia e ora invece lavoro per GLA Genius Loci Architettura, dove ricopro il ruolo di direzione lavori per progetti in Toscana. Le mie grandi passioni?
La musica classica e la fotografia.

Perché avete deciso di partecipare al RPWT?

Isabel: Perché tra ETSAM e Paris Malaquais la voce in questi anni si è sparsa! Tutti noi studenti seguivamo con entusiasmo i fortunati più grandi che negli anni hanno avuto la possibilità di partecipare. E così, quando è venuto il mio turno, ho deciso di provarci. Ed eccomi qua!

Filippo: lo ammetto, sono "fan" di Renzo Piano da tempi non sospetti, quando, alle superiori, una professoressa ci chiese una tesina su di lui e su alcune sue opere a scelta. Fu amore a prima vista: per i disegni in particolare, che ancora oggi mi fanno emozionare. Poi ho iniziato a leggere i suoi libri, tutti quasi. Infine, è grazie a lui - dopo aver visitato il MUSE di Trento e la Fondazione Beyeler - che ho deciso di fare la mia tesi in progettazione architettonica, piuttosto che restauro. Non potevo non partecipare!

Entrambi siete ancora nei vostri "venti", l'età della scoperta, delle scelte, delle opportunità. Quali sono i vostri piani attuali e quali quelli per il futuro nel mondo dell'architettura?

Isabel: bella domanda.. Io al momento ho esplorato sia il lato di ricerca che di progettazione che di scrittura, proprio per capire meglio quale fosse la direzione che avrei voluto intraprendere sulla lunga distanza. Ancora non lo so. Due sono le cose che però ho compreso con certezza: che ho bisogno di esprimere me stessa attraverso il disegno. E che lo scenario perfetto, in architettura, è quello fatto da un mix ben calibrato di pratica professionale, ricerca e narrazione. Al momento, dato che sto vivendo a Lisbona, penso che potrei fermarmi un po' qui e lavorare in qualche studio, ce ne sono diversi molto interessanti in città.

Filippo: per ora voglio rimanere a Firenze, città che amo, ma sono sicuro che questo viaggio rimetterà tutto in gioco, mi è già successo con un altro viaggio che mi ha cambiato la vita, a Shanghai. In generale, per il futuro, mi piacerebbe praticare l'architettura con lentezza: realizzare cioè progetti che, senza pensare solo al lato funzionale o economico, mettano sempre al centro le persone, con i loro desideri e le loro contraddizioni. L'architetto del resto deve saper ascoltare. E mettersi a disposizione.

Leggendo i vostri cv si capisce che entrambi date particolare peso al tema dell'esperienza fisica, nonostante la vostra generazione sia quella che si confronta di più con l'interfaccia digitale. Come si conciliano le due cose per voi? Come si resta architetti umani?

Isabel: In un'epoca sempre più dominata dal virtuale, mi interessa l'esperienza dell'utente come fatto intrinsecamente legato al corpo, nonché la necessità di comprendere l'architettura non soltanto attraverso disegni o rappresentazioni, ma tramite un incontro diretto e fisico. E quale modo migliore per restare coerente con questo approccio se non intraprendendo un viaggio di quaranta giorni che permetta di toccare, annusare, vedere e ascoltare l'architettura in prima persona? Molti della mia generazione pensano che il computer (e l'IA) possano risolvere tutti i problemi, perdendo il controllo sullo strumento. Io, al contrario, voglio comprendere cosa significhi scendere una scala, varcare una soglia, guardare attraverso una finestra, appoggiarsi a una parete o calpestare una superficie, così da poter progettare, in futuro, un'architettura che ponga realmente al centro l'esperienza vissuta dall'utente.

Filippo: Il vero valore è unire skill tecniche con il tocco umano: non si scappa dall'esperienza sensoriale. Se è vero che questi strumenti gestiscono la complessità e velocizzano il lavoro, è anche vero che loro non hanno l'esperienza, non provano emozioni, non hanno visitato il luogo in cui l'architettura sorgerà, non hanno parlato con gli attori coinvolti nel processo e nel progetto.

Per cosa siete maggiormente emozionati?
Quale il paese, la città o l'edificio che siete più curiosi di visitare?

Isabel: per il viaggio stesso. Gli architetti hanno sempre utilizzato il viaggio come formazione, trasformando l'osservazione, il movimento e il contatto diretto con gli edifici in un metodo di pensiero e di progettazione, un continuo scambio tra ciò che si vede, ciò che si sperimenta e ciò che viene successivamente tradotto in decisioni architettoniche. Ad incuriosirmi di più direi..gli Stati Uniti, ma non tanto New York quanto Dallas per esempio, che mi sembra una realtà lontana anni luce da noi.

Filippo: Concordo in pieno. Anche per me sarà la prima volta negli Stati Uniti. Io a Dallas aggiungo Des Moines, nel Midwest. Forse non è il miglior momento storico per visitare questi luoghi, ma di certo sarà arricchente capire come si vive e lavora lì, come ci si relazioni ad un contesto culturale ed urbano completamente diverso dal nostro.

Itinerario 2026: una panoramica

23 tappe e 2 continenti: il viaggio quest'anno si focalizza, infatti, principalmente sull'Europa, con due brevi incursioni in Inghilterra e Turchia, e negli Stati Uniti. Con una novità: per la prima volta nella storia del tour i ragazzi andranno anche - seppur per un unico pit stop - in Ontario, Canada, precisamente a Toronto.

Europa · 22 agosto-8 settembre

Come consuetudine è Parigi la città da cui tutto ha inizio. Visitare lo studio di RPBW in Rue des Archives sancisce infatti, da sempre, l'effettiva partenza del tour.

Importante la quota di tappe in Svizzera, via treno: Ginevra (Cern), Losanna, Basilea, Berna per i musei, Weil Am Rhein per il Vitra CAMPUS e poi Zurigo. Da qui aereo direzione Grecia, Atene, dove i ragazzi oltre alla Fondazione Stavros Niarchos vedranno anche - per la prima volta, data la fase di costruzione - il cantiere per l'SFN General Hospital a Komotini che il RPBW sta portando avanti proprio in collaborazione con la Stavros Foundation (SNF) e il Governo Greco. Da Atene a Istanbul, per visitare l'Istanbul Modern, il museo d'arte che lo studio ha completato nel 2023 sul Bosforo. Dalla Turchia poi ci si avvicina all'oceano Atlantico, facendo tappa in Portogallo, a Lisbona, a vedere il Prata Housing Complex, il progetto di riqualificazione del sito di Braço de Prata, ex tenuta industriale sulle rive del fiume Tagus sempre firmato RPBW. Da lì a Bilbao, a salutare, il Guggenheim di Gehry, l'aeroporto e il ponte di Calatrava, le stazioni della metro di Foster per poi visitare la Fundación Botín a Santander, prima di riprendere un aereo direzione Londra.

Usa e Canada · 8 settembre-26 settembre

Da Londra, Isabel e Filippo arriveranno a New York City i primi giorni di settembre: per entrambi è la prima volta negli Stati Uniti. Siamo certi che la bigness delle metropoli americane li incanterà! Vedranno, tra le varie opere contemporanee, la sede della Columbia University e poi, l'SNF Agora Institute at Johns Hopkins University a Baltimora, prima di spostarsi a Boston, Exter - a vedere la biblioteca di Louis Kahn - e, per la prima volta, in Ontario, Canada, a Toronto, dove sempre lo studio RPBW ha realizzato la nuova Court of Justice. Dopo questa breve incursione in suolo canadese si torna in USA per le ultime tre tappe americane, probabilmente le tre più attese dal duo di viaggiatori: l'incredibile Chicago, a vedere un po' di Maestri, l'inusuale Des Moines, in Iowa, a vedere Il Krause Gateway Center, la sede aziendale di Kum & Go e di uffici per altre società, a nord del Pappajohn Sculpture Park, progettata da RPBW. E infine Dallas e Forth Worth da cui ripartiranno per tornare in Italia, a chiudere il cerchio iniziato 37 giorni prima.

Italia · 28-30 settembre

Atterraggio, dopo molte ore di volo, su Milano (Campus Bovisa e Campus Leonardo). E poi dritti a Genova, per l'emozionante rush finale: a visitare l'ormai completato Waterfront di Levante, gli Archivi di Villa Nave e il tanto atteso appuntamento alla Fondazione e alla sede del RPBW a Punta Nave.

In questi 40 giorni, noi ci saremo. Seguiremo Isabel e Filippo tra i due continenti e vi racconteremo le tappe visitate, i loro scatti e le loro riflessioni con articoli, stories e post su Instagram.

Intanto...
Buon viaggio, ragazzi! 

Il racconto di Isabel Córdoba Magalló e Filippo Innocenti  
su instagram → rpwt_40days
su facebook → rpwt40days

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