In alto Osteria dell'Architetto a Marmomac © photo Clelia Nanni

I quattro giorni di Osteria dell'Architetto a Marmomac, oltre a parlare di architettura, vino, territorio e pietra, sono stati l'occasione per scoprire il lato più personale e inaspettato dei quattro protagonisti del programma "Un'ora con...".

Ci siamo ritrovati a parlare di scheletri e di gioielli tenuti nascosti.
Poi, dagli oggetti in tasca siamo passati all'architettura e alla professione. Quasi senza accorgercene, la conversazione si è fatta più seria: sul tavolo c'era il mestiere e ciò a cui ciascuno non è disposto a rinunciare.

Quattro risposte, nessuna scontata.  

Osteria dell'Architetto è il progetto itinerante nato nel 2023 da un'idea di Fiorenzo Valbonesi e Roberto Bosi e cresciuto attraverso due tour nazionali, sviluppati insieme ai partner OIKOS Venezia e Qu Lighting. Un progetto che unisce architettura, vino e territorio attraverso esperienze di dialogo e confronto intorno alla cultura del saper fare.

Osteria dell'Architetto a Marmomac · photo EnneviFoto

Attorno al bancone

Per  i giorni della fiera, a mezzogiorno, il bancone dell'Osteria si è acceso per un'ora di conversazione con un ospite diverso: Benedetta Tagliabue di EMBT Architects, Michele Rossi di PARK, Cino Zucchi di CZA e Stefano Pujatti di ELASTICOfarm.

Fiorenzo e Roberto, gli osti, insieme a Tamara Solski, architetto canadese trapiantata ad Alghero da più di 25 anni, hanno dialogato con Benedetta, Michele, Cino e Stefano in modo schietto e appassionato, trasformando i temi della cultura del saper fare, del Made in Italy e del rapporto con la pietra in un vero scambio di idee e punti di vista.

Per chi si fosse già seduto all'Osteria, non c'è bisogno di molte spiegazioni. All'Osteria ci si chiama per nome, si sta tutti attorno a un tavolo e la tavola è l'occasione per fare in modo che uno sconosciuto diventi un amico, che un collega condivida il proprio contatto, che le idee possano essere discusse - anche animatamente - e che, alla fine, si esca comunque come amici, con la voglia di ritrovarsi il giorno dopo.

Lo racconta spesso Fiorenzo, portando l'esperienza dell'osteria imolese E Parlamintè, luogo che deve il proprio nome alle discussioni politiche tra anarchici e socialisti che lo animavano e che ha ispirato Osteria dell'Architetto.

Osteria dell'Architetto a Marmomac ph. Clelia Nanni

È proprio approfittando di questa informalità che, al termine dei quattro appuntamenti, abbiamo chiesto ai nostri ospiti di parlarci non solo dal punto di vista dell'architetto, ma anche da quello della persona.

Due domande, quindi. La prima: 

A cosa non rinunci mai di portare con te quando viaggi, per lavoro o per piacere?

Abbiamo scoperto che Benedetta non rinuncia mai ai suoi monili segreti. Ed essendo tali, naturalmente, non ce li ha svelati. Ci ha però raccontato che alcuni sono visibili, altri invisibili, e che la accompagnano quando è lontana da casa, facendola sentire al sicuro.

Michele, invece, è certo che non rinuncerebbe mai alla possibilità di divertirsi. E chi ha partecipato alla seconda giornata di Osteria può confermarlo.

Cino ha ammesso: "Non so se si possa dire quello che sto per dire, ma..." e quello che ne è seguito merita di essere raccontato. Ha un amuleto dei necrofili. La spiegazione è stata molto dettagliata e, per questo motivo, la riportiamo con dovizia di particolari: "Recentemente mi sono comprato un portachiavi (che ho scoperto hanno tutti i becchini) che è una piccola bara di alluminio che si apre e dentro c'è uno scheletro, ma la cosa più divertente è che c'è una molla e lo scheletro ha il 'pistolino duro' che sale. E ho scoperto che tutti i necrofili portano questo amuleto con sé. Ho trovato una sola ditta di Napoli che lo faceva e io gliel'ho commissionato e, siccome solitamente incidevano il monogramma delle ditte di pompe funebri, ho fatto scrivere 'CZA non molla mai'."

Anche Stefano, come Benedetta, ha i suoi "amuleti". Quello a cui non rinuncia mai è un anello, in particolare uno al quale è molto affezionato, regalatogli da un amico.

Gli amuleti di Benedetta, Michele, Cino, Stefano ph. Clelia Nanni

Dopo avervi raccontato delle persone, a questo punto, torniamo all'architetto con la seconda domanda:

Viviamo in un mondo attraversato da crisi e grandi cambiamenti e all'architettura viene chiesto continuamente di dare nuove risposte: essere più sostenibile, inclusiva, efficiente, responsabile... Al di là delle parole d'ordine, qual è quella qualità (o quell'elemento) dell'architettura alla quale non saresti mai disposto a rinunciare?

Quattro risposte diverse, che raccontano quattro modi altrettanto diversi di intendere il mestiere dell'architetto.

L'intuizione

Benedetta Tagliabue, cofondatrice di EMBT Architects, è certa che non rinuncerebbe mai all'intuizione: "Un'intuizione guidata da un sentimento di autenticità: ci sono delle cose che fai e che all'inizio non sai nemmeno dirti il perché e questo è dovuto dal fatto che l'architettura è un'arte troppo complessa per seguire una conoscenza, e quindi facendo architettura ti trovi a seguire una conoscenza insieme a un'intuizione. Questa intuizione è qualcosa a cui non si può rinunciare. Devi crederci e fare le cose seguendola; se qualcuno ti forza a non farlo è meglio rinunciare!"

La responsabilità

"Penso che non sia possibile rinunciare ad avere un atteggiamento responsabile."
È stata la risposta schietta di Michele Rossi, cofondatore di PARK, studio milanese che conta più di 100 collaboratori. Una responsabilità che, nel lavoro di PARK, si traduce anche in un preciso modo di progettare e costruire: quello del potere trasformativo del riuso, tema al centro della loro ultima pubblicazione, Reinventing Heritage. Un approccio che parte dall'esistente per immaginare nuove possibilità, invece di considerare il costruito come qualcosa da cui semplicemente ripartire o da sostituire.

La lunga durata

Cino Zucchi concentra invece la sua riflessione sulla durata degli edifici e sul tema della sostenibilità precisa: "Sul tema sostenibilità io ho sempre lavorato molto, ma non mi pubblicizzo come l'architetto sostenibile. Questo non mi interessa, ci lavoro nei fatti."

Zucchi si considera "uno che è preoccupato di temi ambientali in prima ora, quando ancora non erano così 'di moda'". Questo, però, non significa che oggi non riconosca il valore di quei temi: il problema, piuttosto, è il rischio che una serie di slogan, "tutti corretti o positivi", a forza di essere ripetuti finiscano per diventare slogan vuoti.

La sua preoccupazione per questi temi nasce nel 1974, quando legge I limiti dello sviluppo, pubblicato dal System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Il libro, che analizzava i limiti fisici ed economici della crescita, lo porta a confrontarsi con il tema della crisi della durata del nostro modello di sviluppo e contribuisce alla sua scelta di iscriversi al MIT.

Da qui la sua riflessione sull'architettura: 

"Io credo che in un modello antico, l'architettura dovrebbe contenere tutte queste cose: architettura a dimensione umana, smart, sostenibile, ecc. L'architettura è fatta per l'uomo e dire 'architettura a misura d'uomo' significa allora che esistono alcuni architetti che fanno un'architettura non a misura d'uomo? Si sente questa necessità di dare un aggettivo o di specializzarsi - c'è l'architetto feng shui, l'architetto biofilico, ecc. - ma: non è il caso di tornare a includere nell'architettura i valori della società?"

La possibilità di sbagliare

L'ultima giornata si è chiusa con il cofondatore di ELASTICOfarm, Stefano Pujatti, che, con una risposta tutta d'un fiato, ha esclamato:

"Non rinuncerei alla possibilità di sbagliare! Mi darebbe fastidio fare le cose pensando che la loro qualità principale sia quella di essere giuste. Quindi l'idea che dentro questo processo, del fare architettura, ci siano dei salti, degli errori, delle cose imprevedibili è la cosa a cui non rinuncerei mai!"

Una chiusa che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, perché arriva dritta al punto.
Prese insieme, le quattro risposte finiscono per incontrarsi: fare architettura significa seguire un'intuizione, assumersi una responsabilità, non nascondersi dietro le etichette e, perché no, concedersi il diritto di sbagliare.  

E voi, a cosa non rinuncereste mai?

Benedetta Tagliabue, Michele Rossi, Cino Zucchi, Stefano Pujatti a Osteria dell'Architetto  ph. Clelia Nanni

Osteria dell'Architetto a Marmomac
si è svolta dal 22 al 25 settembre 2026 
Un'ora con...
- Benedetta Tagliabue (EMBT Architects), 
- Michele Rossi (Park), 
- Cino Zucchi (CZA),
- Stefano Pujatti (ELASTICOfarm). 

Promosso da: Marmomac, Veronafiere
Partner: Oikos Venezia, Qu lighting 
Supporter: Pietra Naturale Autentica
Media partner: professionearchitetto
Con il patrocinio di: CNAPPC , In/Arch, Ordine degli Architetti PPC di Verona

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Per la prima volta, Osteria dell'Architetto apparecchia il suo bancone tra i padiglioni della fiera veronese. A prendere il microfono: Benedetta Tagliabue, Michele Rossi, Cino Zucchi e Stefano Pujatti. Si parlerà di architettura, materiali e mestiere, naturalmente con vini e prodotti selezionati a portata di mano. Le date si avvicinano, prenotate in tempo.
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