Sull'Appennino bolognese, lungo la Porrettana - che attraversa la valle del Reno e prosegue verso Pistoia - sorge una costruzione che sembra ispirata un po' all'ala di un uccello, un po' alla pinna di uno squalo: è la chiesa di Santa Maria Assunta, a Riola di Vergato, l'unica opera realizzata in Italia da Alvar Aalto, inaugurata nel 1978 al termine di un percorso progettuale e costruttivo durato circa dodici anni.
L'incarico nacque da un incontro avvenuto a Firenze il 19 novembre 1965, quando il cardinale Giacomo Lercaro, di rientro da Roma nel giorno di chiusura del Concilio Vaticano II, visitò a Palazzo Strozzi la mostra monografica dedicata proprio al maestro finlandese. Non fu un contatto casuale: un primo approccio era già stato tentato nel 1963, quando l'architetto bolognese Francesco Scolozzi si era recato in Finlandia per sondare la disponibilità di Aalto a lavorare in Italia.
Fu, invece, proprio quell'incontro fiorentino, cordiale e diretto, a portare rapidamente a un accordo: Lercaro propose il tema della chiesa parrocchiale cattolica nel bolognese, e Aalto accettò.
D'altronde il rapporto dell'architetto con l'Italia aveva radici ben solide. Vi si recò per la prima volta ancora studente con due colleghe nel 1921, in un itinerario che lo traghettò da Venezia fino a Napoli e Capri, e poi ancora nel 1924, quando la scelse come meta per il viaggio di nozze con la prima moglie Aino Marsio, anche lei architetto.
Da quei viaggi, che rappresentarono il primo contatto diretto con la cultura mediterranea, Aalto portò dietro un bagaglio che divenne poi un'esperienza fondativa: le colline toscane, i palazzi del potere come quello di Siena, le piazze pubbliche monumentali e Venezia lasciarono un'impronta che si ritroverà per tutta la sua carriera.
"Non voglio parlare d'un viaggio particolare perché nel mio spirito c'è sempre un viaggio in Italia [...] - scrisse - "Un viaggio di questo genere è forse una condicio sine qua non per il mio lavoro d'architetto."
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foto: © Elisa Scapicchio
Il progetto della chiesa
Accettando l'incarico, Aalto pose però due condizioni per il sito: doveva essere un luogo immerso nella natura e, imprescindibilmente, vicino a un corso d'acqua. Un primo terreno individuato a Casalecchio di Reno venne scartato perché già impegnato da un progetto di Melchiorre Bega e la scelta ricadde, così, su Riola, dove il paesaggio di boschi, pendii e il fiume Reno offriva le condizioni ideali cercate.
Il sopralluogo venne effettuato il 10 gennaio 1966, e il progetto venne presentato pubblicamente a Bologna il 3 dicembre dello stesso anno.
Come consuetudine del suo lavoro, Aalto rifiutò schematismi tipologici, teorie astratto-figurative e neo-monumentalismi, trovando la forma dall'incrocio tra luce, caratteristiche del sito e funzione liturgica.
Venne fuori un edificio in pietra, cemento e vetro, la cui identità architettonica e strutturale si conforma al paesaggio circostante, fino a diventarne segno riconoscibile.
Il cantiere seguì un percorso non lineare. Dopo vari intoppi, anche finanziari, i lavori iniziano nel 1976 sotto la guida di Elissa Aalto, che portò a compimento il progetto del marito appena scomparso con una costruzione realizzata quasi interamente in cantiere e un ricorso alla prefabbricazione limitato all'essenziale.
Ancora oggi, infatti, la chiesa di Riola resta un caso studio di grande importanza per il modo in cui rigore formale e sensibilità liturgica trovano una sintesi in un unico gesto costruttivo.

foto: © Elisa Scapicchio
Il rapporto interno/esterno nel paesaggio
Dal punto di vista tipologico, Aalto reinterpretò il modello basilicale piegandolo al proprio linguaggio: la pianta è asimmetrica, leggermente a cuneo, e orienta l'intero spazio verso il presbiterio, in un'organizzazione spaziale che nasce direttamente dalla struttura, senza soluzione di continuità tra le due cose. Un'estetica semplice e raccolta che è insieme architettura e, in alcuni momenti, arte.
Come a Seinäjoki, Aalto progettò davanti alla chiesa una piazza raccolta, pensata per permettere a migliaia di fedeli di partecipare alle celebrazioni durante le principali festività religiose.

foto: © Elisa Scapicchio
E se all'esterno vige la regola dello spazio pubblico da vivere, a definire lo spazio interno sono due componenti spaziali molto forti: la prima è la centralità dinamica dell'altare, configurato come mensa piuttosto che come ara, a richiamare il banchetto comunitario. La seconda è, invece, un'assialità orizzontale che converge sulla stessa mensa eucaristica, orientando il fedele verso un luogo di incontro piuttosto che verso un punto di fuga prospettico.
Aalto immaginò inoltre che la chiesa stessa, normalmente destinata a circa 200 persone, potesse essere suddivisa all'occorrenza mediante un'enorme parete scorrevole: da una parte una piccola chiesa, comprendente altare, presbiterio e battistero; dall'altra uno spazio più ampio destinato anche ad attività non religiose. Un'idea che, purtroppo, restò su carta.
"L'architettura deve avere fascino; è un fattore di bellezza nella società. Ma la vera bellezza non è una concezione della forma: essa è il risultato di armonia tra diversi fattori intrinseci, non ultimo, quello sociale". - scrisse.
È, infatti, il sistema strutturale a determinare insieme la forma e la luce. Aalto riprese qui una soluzione già sperimentata al Politecnico di Otaniemi, caratterizzata da una sequenza di elementi portanti asimmetrici, travi a cavalletto prefabbricate in calcestruzzo armato che sostengono la copertura a shed, articolata in vele sfalsate che accompagnano l'andamento dell'aula fino al presbiterio. Le vele, anch'esse in cemento armato, sono rivestite esternamente in rame e negli intervalli tra l'una e l'altra si aprono le superfici vetrate, attraverso cui la luce naturale penetra dall'alto per diffondersi nell'ambiente, amplificata dal bianco dell'intonaco che uniforma l'interno e mette in risalto, per contrasto, il legno delle panche.

foto: © Elisa Scapicchio
Struttura, copertura e illuminazione concorrono così a un unico dispositivo spaziale, dove nulla è scindibile dal resto.
A questa struttura prefabbricata affiancò materiali legati al territorio: l'arenaria di Montovolo per le facciate, il cotto per le pavimentazioni, dimostrando come, anche in questa scelta, il progetto cercasse un equilibrio tra sperimentazione costruttiva e appartenenza al luogo.
A completare il progetto, infine, in posizione disassata rispetto al corpo della chiesa, si erge il campanile, una sequenza di setti in cemento armato che introduce un elemento verticale deciso, in contrappunto al profilo inclinato e articolato della copertura.
foto: © Elisa Scapicchio
Fonti
→ alvaraalto.fi
→ censimentoarchitetturecontemporanee.cultura.gov.it
Le fotografie










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