Dopo aver percorso circa 840 chilometri da Toronto a Chicago, Isabel e Filippo sono arrivati in Illinois, dove, nel giro di pochi giorni, hanno incontrato alcune architetture che hanno fatto scuola nel Novecento insieme a opere contemporanee, per una full immersion in scuole, musei, teatri e spazi di lavoro dedicati alla cultura.

In quest'ultima fase del lungo viaggio, ormai vicinissima alla conclusione, il percorso dei due giovani architetti li ha portati nella casa-studio di Frank Lloyd Wright a Oak Park, alla Crown Hall di Mies van der Rohe e alla Modern Wing dell'Art Institute of Chicago di Renzo Piano. Scendendo verso il Texas, hanno visitato il Nasher Sculpture Center di Dallas e il padiglione di Piano al Kimbell Art Museum di Fort Worth, affiancato all'opera di Louis Kahn. Durante l'ultima giornata americana, dal finestrino dell'auto è comparso anche il Dee and Charles Wyly Theatre di OMA.

Ecosistemi culturali, in cui i maestri del Novecento e i progettisti contemporanei hanno sperimentato nuove soluzioni per accompagnare la produzione, la trasmissione e la condivisione della cultura, dalla didattica alle arti visive e performative. A questo sistema si aggiunge il Krause Gateway Center di Des Moines, progettato dal Renzo Piano Building Workshop e concepito come quartier generale del Krause Group. È prima di tutto un luogo di lavoro, ma ospita una collezione d'arte, si affaccia sul Pappajohn Sculpture Park e integra le sculture nel paesaggio, anche sulla copertura verde.

E per comprendere questa varietà di esperienze e linguaggi, il riferimento alle Lezioni americane di Italo Calvino offre alcune parole per leggere l'intreccio tra spazio e cultura. Pubblicato postumo, il volume raccoglie il ciclo di conferenze che lo scrittore avrebbe dovuto tenere ad Harvard e nel quale individuava alcuni valori da conservare nel nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Non categorie rigide, ma chiavi di lettura per scomporre le architetture incontrate durante il viaggio: la riduzione del peso visivo e materico, la cura dei dettagli, il modo di filtrare e dosare la luce, la capacità di rendere visibili alla città le attività ospitate e la possibilità di modificare usi e configurazioni.

Prima di prendere il volo di sola andata verso l'Europa, Isabel e Filippo hanno così attraversato passato e presente dell'architettura culturale nordamericana, dal Midwest al Texas. Ne faremo un piccolo recap tra foto, appunti e qualche disavventura lungo il viaggio.

CHICAGO | L'esattezza nell'officina dei maestri

Chicago ha accolto Isabel e Filippo con un temporale che ha fatto slittare il volo di sei ore. Un arrivo movimentato, seguito da una serie di visite che hanno portato i due architetti all'interno di alcune delle opere più importanti dell'architettura moderna e contemporanea americana.

Sono luoghi in cui il sapere si sperimenta nella casa di Frank Lloyd Wright, si trasmette alla Crown Hall di Ludwig Mies van der Rohe e si apre al pubblico nella Modern Wing dell'Art Institute di Renzo Piano. È questo il filo che lega le visite di Isabel e Filippo, prima ancora delle differenze tra epoche e funzioni.

È qui che l'esattezza di Calvino diventa una lente per riconoscere l'equilibrio tra un disegno definito e calcolato e la restituzione precisa dell'aspetto sensibile delle cose. A Chicago questa oscillazione si ritrova nelle architetture visitate: la geometria organizza gli spazi, la struttura ne rende leggibile il funzionamento e la luce contribuisce a costruire l'esperienza di chi li percorre.

Il percorso comincia dalla Modern Wing dell'Art Institute of Chicago, progettata da Renzo Piano Building Workshop in collaborazione con Interactive Design Architects. Inaugurato nel 2009, l'ampliamento completa il campus culturale dell'Art Institute e ospita gallerie, spazi didattici, servizi per il pubblico e ambienti dedicati alle collezioni moderne e contemporanee.

Gli elementi vetrati e metallici della facciata richiamano lo skyline urbano con la loro leggerezza e verticalità, mentre i muri in calcare dell'Indiana riprendono il materiale dell'edificio originario, progettato in stile Beaux-Arts. Il nuovo volume si inserisce così in una storia già costruita, riconoscibile ma non replicata, stabilendo una continuità tra il museo storico, Millennium Park e la città.

All'esterno, la copertura sospesa, composta da elementi in alluminio, funziona come un grande filtro e regola l'ingresso della luce naturale nelle gallerie. I progettisti la descrivono come una sorta di "tappeto volante", capace di proteggere gli spazi espositivi proprio come la chioma degli alberi filtra la luce nel parco. Al centro, l'atrio organizza l'edificio e rende leggibili i collegamenti tra le diverse parti: scale e percorsi si affacciano sul grande spazio comune, costruendo una sequenza continua di attraversamenti e punti di vista.

È proprio questo sistema di circolazione ad aver colpito Isabel e Filippo. Fuori il cielo era grigio e pioveva, ma dentro la luce filtrava dalla copertura e si rifletteva nei colori dell'allestimento: «L'atrio centrale è aperto, chiaro e luminoso», hanno annotato. La pioggia li ha spinti a soffermarsi sugli interni dell'edificio, seguendo il percorso delle scale, delle gallerie e dell'atrio.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

Dal museo di Piano, luogo in cui l'arte viene esposta e condivisa, il percorso li ha portati nei quartieri residenziali dell'area di Chicago, sulle tracce di Frank Lloyd Wright, con cui la casa diventa un laboratorio per sperimentare il rapporto tra struttura, arredi, geometrie, materiali e paesaggio.

Pensate che, nella sola area di Chicago, Wright ha realizzato oltre cento edifici. La città è quindi uno dei luoghi migliori per seguire la sua ricerca sull'architettura organica, fondata sull'idea che ogni parte dell'edificio debba essere in relazione con tutte le altre.

Alla Unity Temple di Oak Park, questo principio emerge nella presenza costante della forma quadrata, ripetuta e modificata nei diversi elementi dell'edificio. La geometria, quindi, da un lato riduce la complessità a uno schema formale nitido; dall'altro la traduce in proporzioni, luce e materia, restituendo nella percezione dello spazio le due direzioni dell'esattezza individuate da Calvino.

Se nella Unity Temple la ricerca di Wright si esprime in uno spazio collettivo, nella Robie House lo stesso principio viene applicato alla casa. Gli ambienti comunicano tra loro, mentre le diverse altezze dei soffitti, gli arredi e le finestre accompagnano il movimento di chi la abita e orientano lo sguardo verso l'esterno.

A colpire Isabel e Filippo è soprattutto il modo in cui ogni spazio sembra preparare quello successivo. La casa mantiene una precisa organizzazione, ma conserva una sensazione di libertà, costruita attraverso ambienti che si susseguono senza interruzioni nette. Anche la scelta di abbassare i soffitti contribuisce a spingere lo sguardo verso le finestre e il paesaggio.

Il percorso alla scoperta di Wright è proseguito alla Home and Studio di Oak Park, la casa in cui l'architetto ha vissuto e lavorato. Gli ambienti più raccolti, i camini, gli arredi e i numerosi dettagli raccontano il lavoro quotidiano di sperimentazione da cui sarebbero nate molte delle sue abitazioni. La casa-studio è infatti il luogo in cui l'architetto testava proporzioni, materiali e soluzioni spaziali, cercando di definire un nuovo modello di abitazione per Chicago e per il Midwest americano.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

Al campus dell'Illinois Institute of Technology li aspettava la Crown Hall di Ludwig Mies van der Rohe, progettata per ospitare la scuola di architettura, di cui Mies era direttore.

L'esattezza descritta da Calvino è lì, in bella vista. Alla Crown Hall il sistema strutturale si legge in un colpo d'occhio, mentre lo spazio che produce si percepisce immediatamente nel suo essere ampio, libero e senza ostacoli.

Quattro grandi telai sostengono la copertura e lasciano completamente sgombro l'interno. Fino a quel momento, la scuola aveva sede nell'attico dell'Art Institute of Chicago. Il nuovo edificio nasce quindi per offrire finalmente agli studenti uno spazio pensato proprio per la didattica: un unico grande ambiente, libero da pilastri, capace di accogliere insieme lezioni, lavoro individuale e attività collettive. È il primo grande universal space a campata libera costruito da Mies.

«La prossima generazione di architetti pensa a nuove architetture all'interno di un edificio che è esso stesso un'icona dell'architettura, progettato da uno dei più grandi architetti, un tempo apprendista proprio come loro» scrivono Isabel e Filippo. È un particolare intreccio tra passato e futuro, che l'opera riassume nel suo stesso uso: l'edificio di Mies è oggi il luogo in cui nuovi architetti studiano e lavorano.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

DES MOINES | La leggerezza della struttura

Lasciata Chicago, Isabel e Filippo hanno raggiunto Des Moines, capitale dell'Iowa e nuova tappa del tour, per visitare il quartier generale del Krause Group, progettato da Renzo Piano Building Workshop con OPN Architects.

Sono arrivati verso le sei del pomeriggio, praticamente al tramonto. Il cielo bianco faceva da cornice al volume, mentre le luci calde erano già accese all'interno. Di fronte, il Pappajohn Sculpture Park appariva come una naturale estensione del progetto.

La leggerezza di Calvino, che non ha nulla a che fare con la vaghezza o l'approssimazione, ma piuttosto con una sottrazione di peso ottenuta con precisione e determinazione, nel Krause Gateway Center si riconosce nel modo stesso in cui l'edificio è stato costruito: il piano terra resta aperto, i volumi si staccano dal suolo, i quattro grandi piani sospesi accentuano la trasparenza e gran parte dell'area viene lasciata al parco.

Salendo e scendendo, Isabel e Filippo hanno osservato la struttura a vista, i giunti e i profondi aggetti della copertura, che creano un effetto a strati. «Il Krause Gateway Center è bello da ogni angolazione» scrivono. Dopo la visita, hanno attraversato la strada verso il parco: la collina erbosa e le sculture della collezione Krause incorniciavano il volume, mostrando come un edificio per il lavoro possa diventare anche un luogo di incontro tra arte, città e paesaggio.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

FORT WORTH | La molteplicità del confronto

Per Calvino, la molteplicità non è un accumulo indistinto, ma una rete di relazioni attraverso cui seguire percorsi diversi e arrivare a letture plurime. È proprio ciò che accade al Kimbell Art Museum, progettato da Louis Kahn e inaugurato nel 1972, affiancato dal Renzo Piano Pavilion, completato nel 2013 per ospitare mostre temporanee, spazi didattici e un auditorium.

Il padiglione riprende alcune misure e alcuni materiali dell'edificio originario, costruendo un rapporto fatto di somiglianze e differenze. Il museo è composto da volte cicloidali in cemento, travertino e legno; l'architettura di Piano è più trasparente e leggera, con facciate vetrate, colonne in cemento, travi in legno e una parte della costruzione nascosta sotto una copertura verde.

È una molteplicità, quindi, fatta di corrispondenze. Le colonne dei due edifici si fronteggiano e hanno le stesse dimensioni; in entrambi la luce entra dall'alto e i cortili interrompono i volumi, aprendo un rapporto diretto tra interno e paesaggio. Anche la luce entra in questa rete di relazioni: nell'edificio originario viene filtrata dalle volte e riflessa sulle superfici, mentre nel padiglione di Piano attraversa il sistema trasparente della copertura e delle facciate. Il nuovo progetto costruisce così una serie di rimandi, lasciando che ogni elemento trovi un corrispondente nell'altro.

«Nel museo di Kahn il materiale del pavimento cambia dal legno al travertino, mentre in quello di Piano la variazione è più discreta: sotto la grande trave cambia la direzione delle tavole di legno» scrivono Isabel e Filippo. Sono dettagli che mostrano come Piano abbia studiato il Kimbell senza ripeterlo, ma moltiplicando alcuni principi in un'architettura contemporanea.

Per i ragazzi, quello tra i due edifici è un perfect match: non perché siano uguali, ma perché, pur appartenendo a epoche diverse, riescono insieme a conservare, esporre e trasmettere l'arte, lasciando al complesso la possibilità di continuare a trasformarsi.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

DALLAS | La visibilità della cultura in città

Se a Chicago il museo si apre alla città e a Des Moines l'arte entra negli spazi del lavoro, a Dallas mette letteralmente radici in un giardino.

Nel cuore dell'Arts District, circondato dai grattacieli e dalle principali istituzioni culturali della città, il Nasher Sculpture Center del Renzo Piano Building Workshop nasce dalla volontà del collezionista texano Ray Nasher di rendere accessibile al pubblico la propria raccolta di sculture.

Il progetto trasforma un'area precedentemente occupata da un parcheggio in un museo-giardino: un luogo tranquillo, quasi un'oasi urbana, dove l'arte non viene separata dalla natura, ma prosegue all'esterno, tra alberi, prati e percorsi.

La visibilità, come scrive Calvino, è la capacità di far scaturire da un'idea un'immagine precisa e definita. Al Nasher questa immagine nasce dalla continuità tra interno ed esterno: le sale non si chiudono sul giardino, ma lo includono nell'esperienza del museo, trasformando l'arte in una sequenza di scorci, attraversamenti e relazioni con il paesaggio.

L'edificio, costruito tra il 1999 e il 2003, è composto da cinque padiglioni rettangolari paralleli, definiti da pareti in travertino. Il giardino, progettato da Peter Walker, è leggermente ribassato rispetto alla strada e delimitato da muri discontinui. Il risultato ricorda un ritrovamento archeologico, come se il museo fosse emerso lentamente dal terreno della città.

Il giardino funziona come un vero spazio espositivo all'aperto, con sculture disposte tra cedri, querce, pini, salici e bambù. La selezione cambia nel tempo, attraverso la rotazione delle opere, e trasforma ogni visita in un'esperienza diversa.

Ma il Nasher non è soltanto un luogo per ammirare l'arte. Il livello interrato ospita gli ambienti destinati alle opere più sensibili alla luce, i laboratori di conservazione, gli spazi per la ricerca e la didattica e un auditorium, collegato a un'area terrazzata che può diventare un teatro all'aperto.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

La sosta a Dallas si è chiusa con un ultimo avvistamento dal finestrino dell'auto: il Dee and Charles Wyly Theatre, progettato da REX e OMA nel cuore del Dallas Arts District.

Il teatro non è organizzato secondo lo schema tradizionale, con foyer e spazi tecnici disposti intorno alla sala. Queste funzioni sono impilate sopra e sotto l'auditorium, lasciandolo esposto verso la città. Le vetrate possono essere oscurate oppure aperte, trasformando Dallas nella cornice dello spettacolo.

Nel capitolo dedicato alla visibilità, Calvino parla di un vero e proprio «cinema mentale»: un repertorio di immagini che prende forma nella mente e continua a cambiare mentre lo sguardo le attraversa. Il Wyly Theatre non propone una sola immagine del teatro, ma una serie di possibilità: la città può scomparire dietro le tende oscuranti oppure diventare lo sfondo della scena; l'auditorium può restare raccolto oppure aprirsi completamente verso l'esterno.

Anche la sala è pensata come una vera macchina teatrale: sedute e balconate possono spostarsi o scomparire, mentre lo spazio cambia configurazione e diventa, di volta in volta, un teatro all'italiana, un'arena, una sala a pianta libera o un ambiente completamente vuoto. L'architettura non stabilisce in anticipo quale immagine debba apparire: costruisce le condizioni perché ogni spettacolo possa produrne una diversa.

Poi sono arrivate le autostrade, gli aeroporti e gli aerei. Dal finestrino, il Wyly Theatre è rimasto l'ultima architettura incontrata negli Stati Uniti, prima dell'arrivo al JFK, dove un altro temporale incombeva sul volo diretto a Milano.

Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026

In questo momento Isabel e Filippo sono già atterrati a Milano, con il lungo tour oltreoceano ormai concluso. Li incontreremo martedì 29 settembre 2026 a Punta Nave, per farci raccontare tutto ciò che questo incredibile viaggio ha lasciato loro: immagini, incontri e un grande bagaglio di nuove esperienze.

RENZO PIANO WORLD TOUR 2026

Il RPWT è un progetto promosso da Fondazione Renzo Piano con Fundación Botín, in collaborazione con ProViaggiArchitettura e professionearchitetto.it

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